“Varo, rendimi le mie legioni!”. È iconica l’immagine resa dallo storiografo latino Svetonio, di un Ottaviano primo imperatore che vagava nella domus in preda alla disperazione, scuotendo la testa contro le porte e non radendo barba e capelli, in segno di lutto. Ventimila i soldati di Roma perduti nella foresta di Teutoburgo, nel settembre del 9 dopo Cristo, per il tradimento di Arminio, secondo gli storici italici, per il coraggio di Hermann a detta dei tedeschi. Nicola Messina lo chiama Irmin, in un romanzo storico leggibile e perché no, prezioso, All’ombra di Arminius. Le ragioni di un impero, la lotta di un popolo (maggio 2025, collana “Clio”, 182 pagine), pubblicato da Delmiglio Editore, Verona, del Gruppo Tabula Fati di Chieti.
Breve ma rilevante la ricostruzione di quella battaglia, tra sorpresa tattica, imboscata e guerriglia, nei boschi della Bassa Sassonia.
I Romani chiamavano Gaius Iulius Ariminius l’ufficiale germano delle loro truppe ausiliarie. Irmin è affiorato con altre dizioni simili da studi recenti sul condottiero dei Cherusci, tribù della Germania antica, ed è a quella denominazione, alternata ad Arminius, che fa riferimento lo scrittore trentino.
Nato a Cles (TN), nel 1970, Messina ha frequentato le scuole superiori a Palermo, dove ha soggiornato per alcuni anni. Vive e lavora a Trento, presso l’Asl. Appassionato di storia antica (monetazione romana compresa) e ricercatore volontario, scrive saggi e articoli su riviste di settore. Suoi racconti, sempre storici, figurano in due raccolte, dell’Associazione Byzantion di Milano e di Delmiglio: NarrAgenda antologia/agenda. Vanta due romanzi autopubblicati: Pastorale gotica (2021), su Alarico e i Visigoti, dopo Nemesi rossa (2019), prequel di questo edito.
Un personaggio in bilico il suo reik, vale a dire capo tribù dei Cherusci per eredità familiare e autorevolezza. Da una parte, pesa la condanna di chi ha esecrato la sua rivolta, l’ha tacciata d’ignobiltà e ha considerato la sua vittoria controproducente per il popolo locale. Dall’altra, Hermann è considerato un eroe e Teutoburgo un passaggio fondante per la nascita del popolo tedesco. Della sua figura s’impossessò il nazismo, a caccia delle radici storiche di grandezza del Reich.
Nel romanzo, per ammissione dello stesso autore, Irmin e Arminius ricorrono alternati,
per accentuare il drammatico conflitto tra due mondi, una guerra non solo contro i romani, persino tra fratelli.
Il suo nome si lega indissolubilmente alla battaglia, l’agguato che tra l’8 e il 12 settembre provocò la disfatta del governatore Publio Quintilio Varo. Tre legioni annientate in Bassa Sassonia, da una coalizione di tribù, più sei coorti di fanteria e reparti di cavalleria ausiliari. Le tre insegne legionarie vennero trafugate e perdere le aquile era un disonore gravissimo. La sconfitta bloccò l’avanzata romana oltre il Reno, che divenne il confine permanente per i successivi 400 anni.
Da allora, Roma diede la caccia ad Arminio, fino alla riscossa del legato Germanico nell’anno 16 d.C.. Il “traditore” venne sconfitto a Idistaviso e al Vallo Angrivariano, ma non ucciso. Riuscì a sfuggire alla cattura, a differenza di Spartaco e Vercingetorige, giustiziati come ribelli, sottolinea Messina. Tentò di riunire sotto di sé le tribù germaniche, ma non durò a lungo: una congiura di compatrioti ostili e di parenti gelosi lo condusse alla morte, in circostanze non chiare.
Come si legge in copertina, il romanzo è stato ispirato dalla volontà dell’autore di operare un confronto tra due progetti, il grande disegno imperiale dell’Urbe e le ambizioni regali del Cherusco. Seguire nello sviluppo narrativo l’esecuzione del compito assegnato a Silanio, comandante di un presidio romano oltre il Reno, è l’artificio intelligente sfruttato da Messina per riprodurre le linee dell’espansione di Roma e della vocazione libertaria del reik, che incarna la rivolta dei germani. I capitoli spaziano dal presente, l’anno 21 del legionario, al prima-durante-dopo Teutoburgo, nei quali è protagonista Irmin-Arminius. Emerge il contesto storico: il conflitto tra l’impero e le popolazioni germaniche, il contrasto tra gli obiettivi di potenza perseguiti da secoli da Roma, fin dalla Repubblica, e il desiderio di libertà del giovane condottiero cherusco, che voleva regnare sopra una terra germana unita e indipendente.
Eppure, era stato educato a Roma, vi era cresciuto insieme al fratello Flavo, consegnati dal padre Sigimero, re dei Cherusci, come pegno di pace. Nel romanzo, non sono bambini. Irmin ha vent’anni, Flauker diciassette, ma rispettano la volontà paterna e vanno nella capitale, trattati con rispetto. Una caratteristica della storia riletta (e sotto tanti aspetti nobilitata) da Messina consiste nel mantenere due livelli temporali, non distanti, comunque diversi. Convergono nel finale.
La postfazione è un saggio storico breve di Mattia Caprioli, che s’interroga sul perché Arminio abbia tradito. Tutte le fonti tacciono sulle considerazioni che avrebbero spinto il comandante degli ausiliari, cittadino romano di rango equestre, a disertare e mettersi a capo di una coalizione germanica. Raccontano della defezione, ma non spiegano le ragioni. È quello che cerca di fare invece Caprioli:
un’analisi delle fonti può avvicinarci alla possibile risposta, oltre che smontare alcuni veri e propri miti che ancora aleggiano intorno alla figura di Arminio.
Ligure del 1992, laureato a Genova in scienze dell’antichità, vive in Emilia, nel Reggiano, saggista, consulente storico per “Res Bellica”, ricercatore indipendente di storia militare bizantina su riviste specializzate. S’impegna come rievocatore filologico di storia romano-bizantina e schermidore storico, indossando i costumi d’epoca in manifestazioni di reenactment.
- Autore: Nicola Messina
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: All’ombra di Arminius. Le ragioni di un impero, la lotta di un popolo
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