La strada di Cormac McCarthy

Recensione di Cristina Giuntini - 21-10-2008 

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La strada di Cormac McCarthy

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I romanzi di “fantascienza possibile”, quelli che ci prospettano un ipotetico futuro non troppo lontano, generalmente parlano di regimi assoluti, di repressione, di una vita dalla quale si cerca di eliminare ogni gioia, ogni sentimento, ad esclusivo favore del lavoro e del profitto dei potenti. E se invece nel futuro non rimanesse niente di tutto questo? Se il problema principale dei pochi, sporadici sopravvissuti, non fosse la libertà, ma la lotta per l’ulteriore sopravvivenza? Questo lo scenario che ci prospetta McCarthy: un mondo statico, freddo, inospitale, morto. Alberi mummificati, stagliati come scheletri contro un cielo sempre plumbeo, edifici semidistrutti e quasi del tutto saccheggiati, un mare grigiastro e completamente privo di qualsiasi forma di vita. Solo la strada è rimasta uguale a prima. La strada sulla quale si aggirano i pochi superstiti, alla ricerca di una vita possibile o semplicemente della possibilità di sopravvivere. Poco importa, ai fini del racconto, quale catastrofe abbia spogliato la terra di quasi tutte le sue forme di vita. Si parla a tratti di un enorme, insopportabile calore che ha sorpreso gli uomini nel bel mezzo delle loro occupazioni quotidiane. Forse neanche i superstiti sanno esattamente cosa sia successo, per quello che, in una tale situazione, può contare il saperlo. Padre e figlio camminano, spingendo un carrello del supermercato nel quale tengono i loro pochi averi, cercando un luogo più ospitale, se esiste. Camminano nel freddo, nella pioggia, nel vento, cercano cibo nei pochi edifici non del tutto saccheggiati che incontrano, si difendono da chi cerca di derubarli o addirittura di ucciderli. Cercano una possibilità, uno spiraglio di luce. Uniti dall’amore e dal dolore, l’uomo ed il bambino sono allo stesso tempo lontanissimi l’uno dall’altro. La loro conflittualità, che rende difficilissimo il loro rapporto, dipende certamente dalla differenza di generazione ma anche e soprattutto dal fatto che l’uomo, al contrario del bambino, ha conosciuto il vecchio mondo, che al figlio appare come una storia senza senso inventata dal padre. L’uomo è disperazione, rancore, rabbia, un “mors tua vita mea” evidente retaggio del mondo prima della tragedia. Il bambino è paura, fragilità, ingenuità, ma anche generosità e quella parte di incoscienza che l’essere generoso comporta. Il loro principale motivo di contrasto è il rifiuto del padre ad aiutare gli altri disperati che incontrano sulla strada, rifiuto non accettato dal figlio che antepone la carità e la compassione alla sua stessa sicurezza. La conclusione del libro evidenzia come, in un mondo che sembra non avere più niente da offrire, solo l’apertura agli altri possa permettere di andare avanti e sperare ancora. E forse solo chi non ha ricordi che lo leghino al vecchio mondo potrà ricominciare. Scritto con stile impalpabile, lentissimo ed estremamente descrittivo, questo libro potrebbe però stupirvi per la facilità con la quale riesce a catturare il lettore, pur avendo una trama estremamente scarna, quasi fosse la “descrizione di un attimo”. L’atmosfera è rarefatta, in contrasto con la violenza dei sentimenti. L’autore non lesina immagini di estrema crudezza ed episodi di cattiveria portata al limite, mai però utilizzandoli come “attrazione” morbosa, ma sempre inserendoli nel racconto in modo logico per sottolineare una realtà tragica. Una realtà forse tragicamente possibile.

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