Spazzatura
- Autore: Sylvia Aguilar Zéleny
- Categoria: Narrativa Straniera
- Anno di pubblicazione: 2025
Tre donne, i cui destini si incrociano, scontrano, si accapigliano e dialogano; una terra, anzi il sottilissimo lembo di terra sofferto e doloroso della frontiera fra Stati Uniti e Messico; e una vera e propria montagna di rifiuti, una discarica immensa di bucce di banana e lattine semivuote, elettrodomestici inutilizzabili o inutilizzati, giocattoli intonsi e tutta la produzione di scarti del nostro presente iperconsumistico. Sono questi gli elementi centrali di Spazzatura, romanzo della scrittrice messicana Sylvia Aguilar Zéleny portato in Italia dall’editore Ventanas con la traduzione di Serena Bianchi.
Nell’interessante e ben architettata struttura del romanzo si susseguono, rispettando l’ordine dei capitoli, le voci di tre donne in costante dialogo fra loro e su loro. La prima, Alicia, dopo un’infanzia di grande povertà e duro lavoro, nonché di ferite e violenze di immensa intensità, all’interno della quale è riuscita però a incontrare e immergersi nei libri, si ritrova adesso, a un’età indefinita ma non molto distante dalla giovinezza, a sguazzare letteralmente fra il puzzo e i cocchi di un’enorme discarica a cielo aperto che accoglie un’ampia comunità di uomini, donne e tantissimi bambini che, rimestando fra gli scarti scaricati dai furgoni, campano di resti e rifiuti.
Non so da quanti anni mi trovo qui, ho smesso di contarli da un pezzo. Le sole cose che conto sono le scarpe, a volte le trovo a paia, a volte spaiate. Come queste, tieni. Ti piacciono? Una rosa e l’altra bianca, una un pochino più usata dell’altra, ma sono uguali, guardi. Identiche. Stessa marca, che culo eh? Non perdo la speranza di trovare le compagne e allora avrò quattro scarpe da ginnastica buone. Con la suola dura, che cammini, Sali e scendi dai mucchi di oggetti, vestiti, mobili e spazzatura, e quella resiste.
No, che ne so qual è il mio numero di scarpe, e comunque non mi serve niente, cioè se vuoi porta pure, ma non serve. Resisto, ho la suola dura anch’io, qua devi avercela per forza sennò fai una brutta fine.
In questa stessa discarica finisce, ma per ragioni ben diverse, Griselda, una ricercatrice che sta portando avanti uno studio proprio su questa comunità e che è riuscita a trovare i fondi e un’intera équipe per svolgere il lavoro sul campo. La sua attività, a metà strada fra il volontariato e la ricerca, fatta di interviste, osservazioni sbigottite e lunghe docce per tentare di sgrassarsi di dosso il tanfo mortifero dell’immondezzaio, viene messa a dura prova quando scopre che la zia che l’ha cresciuta, una sorta di alter ego e sostituto materno, ha ricevuto la diagnosi di un lento e irreversibile degrado mentale. Pertanto, le giornate passate fra gli scarti e chi con gli scarti tenta di arrivare a sera vengono scosse e ritmate dalla degenerazione dell’anziana donna, che sempre più si perde fra presente e passato, facendo riaffiorare nel quotidiano i ricordi e i non detti che vengono a galla inaspettati.
Anche le fabbriche e i supermercati hanno il loro spazio qui. Portano scarti di produzione non vendibili, rovinati, andati a male. Lattine scadute da tempo. La gente di qui li accetta volentieri. “Tutto serve fino a quando non serve più” mi ha detto una delle donne. “Se nessun altro lo vuole, noi invece sì” ha aggiunto un’altra. Io le registro, prendo appunti e faccio di tutto perché la mia faccia non dica nulla. Non sono venuta qui per esprimere opinioni o per salvarle da ciò che scelgono di mangiare o usare. Sono venuta a imparare come i rifiuti diventino risorse e a conoscere gli effetti di queste condizioni di vita.
Infine c’è Reyna, una donna trans che gestisce un’intera cerchia di prostituzione, come una matrona tuttofare la cui parola è sacra. Con lo scorrere dei capitoli, si intessono nel suo racconto una serie di colloqui attraverso i quali Reyna sonda le storie di altre donne che si presentano da lei per ricevere una stanza e un lavoro, ma la logorrea della tenutaria è talmente immensa da ricostruire, fra commenti su tette e sopracciglia, la storia di una comunità di donne in fuga che si sono unite per tentare di crearsi una famiglia e un rifugio, ma che al contempo si ritrovano dentro una spirale di violenza e sfruttamento che ne indurisce l’animo e il corpo.
Questo sarà il tuo angolo. Nessuno a parte te ha il diritto di usarlo. Fatti furba, fatti mooolto furba perché ci sono sempre le prepotenti del cazzo che provano a rubare l’angolo a quelle nuove. Non sono molte, a dire il vero. Nell’ultimo anno il mestiere sta scomparendo, come le donne, che un giorno ci sono e quello dopo no. Le conosci, trascorri del tempo insieme, le inviti a bere qualcosa, poi passa un giorno, un altro, un altro ancora e non le rivedi più. Comunque, ci sarà sempre una sbandata che vuole mettere le mani sul tuo angolo, una che ha smesso di credere che la povertà sia più dignitosa di questo mestiere e viene a lavorare qui per fame. E ricordalo sempre, una donna che ha fame è un osso duro da azzannare, quindi tu stai bene in campana. Vedila così: se non sei tu a difenderlo, nessun altro lo farà per te, chiquitita.
Spazzatura sonda queste tre traiettorie destinate a incrociarsi, ma soprattutto analizza gli scarti e i rifiuti del mondo, siano questi materiali o dell’anima. In una ridda di violenze e di fughe, le pagine del romanzo della scrittrice messicana ci mettono davanti a ciò che finisce nel dimenticatoio e alla possibilità di trovare, fra ricordi all’apparenza perduti e oggetti smessi e finiti al fondo dei cassonetti, pepite o regali dal passato. D’altronde, nell’estremo realismo con cui tratteggia un mondo di scarto e lasciato in disparte dove pare confluire la nostra vuota mitologia dell’oggetto e del presente, immergendosi nell’attualità di una linea di confine tratteggiata da morti e brutalità, Sylvia Aguilar Zéleny ci chiama in causa, spingendoci verso una domanda lancinante: con che grado di consapevolezza gettiamo via parti di noi, fra indifferenza e indifferenziato?
Spazzatura
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