Nei giorni che precedono il 27 gennaio, Giornata della Memoria, le parole cambiano peso.
Su Google e nelle domande rivolte all’intelligenza artificiale tornano a emergere termini come Auschwitz, Olocausto, Shoah, Giornata della Memoria.
La memoria, oggi, passa anche dai motori di ricerca. Si manifesta sotto forma di parole digitate in fretta, di domande essenziali: cos’è stato, dove e perché.
Come se ogni anno fosse necessario tornare al punto zero della comprensione. Come a voler raschiare il fondo di un momento dell’uomo che sembra non avere più senso ricordare.
Tra tutte, Auschwitz resta la parola più cercata. Non solo un luogo, ma un simbolo assoluto, catalizzatore più di altri nomi, più di altri campi, più di altre storie. È il segno di una memoria che tende a concentrarsi, a semplificare, forse anche a difendersi dall’eccesso di dolore.
Seguo anch’io questo percorso di ricerca e mi imbatto in un nome meno noto: Ravensbrück, il più grande campo di concentramento nazista costruito per donne. Accanto, compare il titolo di un libro pubblicato nel 2024: Il treno delle donne di Fermina Cañaveras (Newton Compton, trad. di Carlotta Turrini). La sua lettura mi apre una porta temporale poco frequentata, ma che a pieno diritto appartiene alla memoria collettiva.
Giornata della Memoria: perché leggere “Il treno delle donne” di Fermina Cañaveras
L’autrice è Fermina Cañaveras, scrittrice e giornalista spagnola e costruisce e ricostruisce il romanzo partendo da un lavoro di ricerca puntuale. Porge l’orecchio alla Storia (quella meno nota) e la ascolta, semplicemente, completandola, dove manchevole, con estrema cautela e veridicità.
Il suo romanzo non cerca l’effetto o la rivelazione, ma si muove lungo i margini della documentazione storica, capace di narrare senza morbosità, lasciando spazio a silenzi che raccontano.
Il treno delle donne prende avvio nel presente, da un momento apparentemente ordinario: un luogo non definito della Spagna e il funerale di una donna.
María, la protagonista della storia, sta assistendo al funerale della nonna Sole e, tra i volti noti e meno noti che la circondano, uno la colpisce. È un’anziana donna, forse della stessa età della nonna scomparsa, che non ha mai visto prima. In lei c’è qualcosa che la attrae, quasi la chiama. Percepisce in quella presenza un frammento della sua memoria familiare che non riesce a identificare. È un attimo e poi scompare.
Quel suo sentire, però, riappare mentre sistema la “vita” della nonna. Tra lettere e fotografie, una in particolare la lascia incredula. Nell’immagine che ha tra le mani, accanto alla giovane nonna, riconosce lei: la donna del funerale. Sul suo corpo è visibile una scritta in tedesco, Feld-Hure – “puttana del campo”. Non un semplice insulto, ma un marchio di umiliazione e il segno di una violenza subita.
Da quella parola e da quella fotografia, María inizia una ricerca, la ricerca che la porterà a Isadora, la donna dell’immagine, e all’ascolto di una storia silenziosa, poco nota ma drammaticamente reale.
Il racconto di Isadora ferma il tempo e conduce María – e il lettore con lei – alla Spagna del dopoguerra civile, alla fuga in Francia di Sole e Isadora, fino al loro arresto da parte della Gestapo e alla deportazione nel campo di Ravensbrück, il più grande campo di concentramento femminile sul territorio dell’Altreich nel periodo nazista.
Lì, il corpo femminile delle due donne, e non solo, diventa bersaglio di una violenza specifica, sistematica, a lungo rimossa dalla narrazione ufficiale della Shoah. Fame, lavoro forzato, paura quotidiana si intrecciano alla mercificazione dei corpi, alla cancellazione dell’identità, alla vergogna imposta.
Cañaveras racconta tutto questo senza indulgenza, né compiacimento. La sobrietà e la misura della sua scrittura reggono il peso del racconto di Isadora senza trasformarlo in spettacolo.
L’orrore emerge e assume la forma di una resistenza silenziosa: la solidarietà tra donne, la sorellanza fatta di gesti minimi, del prendersi cura quando ogni altra luce di speranza e di sopravvivenza sembra spegnersi. Alla fine del racconto, María – e il lettore con lei – comprende che conoscere quell’accaduto non cancella le ferite, le dilata e le fa proprie, non nel corpo, ma nella memoria che, per quanto fragile e incompleta, può farsi spazio nel silenzio di questo doloroso frangente della Storia.
Ed è proprio in questo punto che Il treno delle donne trova il suo valore. Le sue pagine non spostano lo sguardo dalla Shoah: lo allargano, completandone un tassello.
Cañaveras, con la sua opera, non nega il genocidio ebraico, ma invita a osservare ciò che, per decenni, è rimasto ai margini: la violenza di genere come dispositivo sistematico, la riduzione delle donne a corpi disponibili, la cancellazione della loro soggettività.
È qui che la riflessione supera il perimetro storico e restituisce nerbo e corpo alla Giornata della Memoria, che non può essere soltanto un atto formale, una ricorrenza rituale, ma un esercizio quotidiano. La violenza sull’essere umano – uomo o donna – non appartiene solo al passato.
È presente qui e ora: in Ucraina, a Gaza, in Iran, ma anche nel nostro vivere quotidiano, nelle relazioni, nei linguaggi, nelle disuguaglianze normalizzate. E vede le donne, allora come oggi, prime fra tutte, defraudate del loro essere persone.
È qui che il significato di questa giornata diventa limpido.
Perché ricordare, avere memoria, non significa soltanto guardare indietro, ma interrogare il nostro presente. Accettare che la memoria non consola: inquieta, mette in crisi, chiede responsabilità. La memoria fa paura.
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Come scriveva Hannah Arendt:
«L’assenza di pensiero non è stupidità; è qualcosa di molto più pericoloso.»
Ricordare, allora, non è più un gesto rituale. È pensare.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Ravensbrück, il più grande campo di concentramento delle donne: un libro da leggere
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