L’unanimismo apologetico con cui si tramanda oggi la figura intellettuale di Pier Paolo Pasolini è specchio del pressapochismo dei tempi. Sono tempi di ignavia ideologica e strumentalizzazioni a fini personali - o della conventicola di appartenenza - che della fattispecie pasoliniana oblia, per esempio, le insistite campagne denigratorie cui P.P.P. è stato oggetto in vita, che dal canto suo non era il santino messianico sdoganato dalla vulgata, oggi persino di “destra”. Scorrere le corpose dichiarazioni comprese in Pierpaolo Pasolini. L’uomo e l’intellettuale in 50 interviste (a cura di Franco Grattarola), Iacobellieditore 2025) significa invece restituire la statura oggettiva di un uomo e un intellettuale, smisurato talvolta persino nelle contraddizioni.
Nella sua illuminante introduzione al volume, Giuseppe Pollicelli si sofferma proprio sullo iato corrente tra la
biografia autentica dello scrittore friulano e le non poche incrostazioni ‘leggendarie’ che, nel tempo, hanno contribuito a opacizzarla.
Vale la pena citare ulteriormente:
Il tratto che emerge in modo più netto [dalla lettura delle interviste, ndr] è forse quello di un ‘antitaliano italianissimo’, cioè di un uomo completamente immerso in un viscerale rapporto di amore-odio con il suo paese. Nelle frequenti accuse nei confronti dell’Italia, nel disprezzo espresso non di rado in modo enfatico, non vi sono mai distanza o indifferenza; al contrario, si avverte, una continua e imperterrita richiesta di attenzione e persino di affetto […] Contraddizioni, certamente, ma d’altra parte una delle conferme che ci giungono dai dialoghi riuniti nel presente libro è proprio che la contraddizione […] sia stata sempre, e sempre sia rimasta, la stella polare dello scrittore e regista.
Al netto del suo gigantismo intellettuale, P.P.P. è stato individuo e artista controverso. Essendo stato, ad esempio, comunista atipico, credente e omosessuale sulla bocca di tutti. Borghese idealmente contiguo al sottoproletario urbano. In quanto anti-moderno. Spigoloso e indifeso. Polemista gentile. Intellettuale pungente. Fustigatore della società dei consumi. Più o meno sottotraccia ne tratta nei film e negli articoli sui giornali. Nei romanzi e nei libri di poesia che scrive. I suoi attacchi dividono il paese. Col risultato che da destra e da sinistra, Pasolini viene contestato. Colpiscono un uomo che in fondo chiede soltanto di essere ascoltato (accettato?). Come conclude, ancora Pollicelli:
Adesso come allora, attraverso il suo dire – ossia attraverso il suo offrirsi – Pasolini dà molto, moltissimo. Ciò che domanda in cambio è un ascolto attento, è comprensione (“la morte non è / nel non poter comunicare / ma nel non poter più essere compresi”); è, possibilmente, un’assoluzione.
In un’attualità infestata da opinionisti e intellettualoidi mediatici, rifarsi oggi a Pier Paolo Pasolini è una moda insopportabile. In quanto discendente da citazionismo superficiale. Inconsapevole. Non mediato e nemmeno meditato, utilizzato quasi sempre a vuoto e per ragioni strumentali. Post-mortem, del resto, la benedizione non si nega a nessuno: ciò che di Pasolini non è approfondito abbastanza (chissà come mai?) è il riscontro attuale di una disamina che stigmatizza anzitempo le derive della società del Capitale e dei consumi. Gli estratti pasoliniani che seguono sono desunti dalle interviste contenute nell’eccellente volume di Franco Grattarola, e si spiegano bene da sole (per chi avesse ancora orecchie per intendere, beninteso. Se mi è concessa l’assonanza contenutistica voluta).
Sulla persecuzione e il sottoproletariato (pp. 76-77):
È una persecuzione continua. Non posso scrivere un libro, girare un film, muovermi per strada, senza che mi si prenda di mira. Nell’episodio La ricotta l’elemento religioso c’entra per caso. Quello che mi interessava era rappresentare ancora una volta le condizioni di vita, le passioni di un certo sottoproletariato. Era inevitabile che parlassi di fede religiosa, perché la fede, come la miseria, è una delle componenti fondamentali di quella classe sociale.
Sulla morale e il moralismo (p.129; p.169):
Io sono per la morale contro il moralismo borghese. Qual è la differenza? […] il moralista dice di no agli altri, l’uomo morale lo dice solo a sé stesso.
Trovo molto spiacevole il fatto che la censura proibisca film come Porcile e Teorema ai minori di diciotto anni. Ho la certezza che molti adolescenti sono in grado di vedere e capire questi due lavori, ma in nome di non so quale moralismo si vieta ad essi uno spettacolo culturale. (p.169)
Sul Potere e il mondo contemporaneo (p. 231-232; 249-250)
Il potere ha cambiato faccia. Il potere non ha più soltanto la faccia del cardinale, o del generale dei carabinieri, insomma una faccia ‘conoscibile’. È in qualche modo un potere irrapresentabile […] lo chiameremo perciò, per ora, potere del consumismo. Questo nuovo potere ha trasformato le masse degli italiani e specialmente dei giovani. L’ideologia del potere-consumismo è una forma di neo-edonismo che si esaurisce nell’ansia e nell’obbligo di consumare. Da ciò deriva, tra l’altro, una tolleranza che è una finta tolleranza, e nevrotizza i giovani. Il rischio che io vedo in ciò, e che chiamo rischio del ’nuovo fascismo’, è che una tale ideologia cancelli, specie tra i giovani, qualsiasi altra ideologia.
Il mio odio per il mondo contemporaneo nasce dal fatto che non riesco ad accettare l’industrializzazione totale, né il nuovo rapporto tra produzione e consumo, né la cultura di massa. La fusione di questi tre aspetti del mondo in cui viviamo ha generato qualcosa che non posso sopportare [...] Le ragioni che generano questo mio rifiuto sono altre, ad esempio sento che i valori umani ai quali sono attaccato irrazionalmente stanno scomparendo.
Sulla violenza vera (p. 285):
La violenza vera è quella della televisione. Dove non ci si fa alcuno scrupolo a dar fondo alle più grandi meschinità culturali. Ecco, per me il massimo della violenza è un’annunciatrice televisiva. È un ‘segno’ della volgarità dominante. Nei miei film la violenza è un meccanismo, non è mai un fatto reale.
Si consideri che le affermazioni comprese in queste interviste (sin qui inedite in volume) risalgono a un arco temporale compreso tra il 1957 e il 1975, quando ancora non erano in molti a individuare nell’induzione ai consumi gli albori del trascendimento capitalista. Una degenerazione sociale che – per dirla con Pasolini – è una degenerazione in primo luogo valoriale. L’atteggiamento afasico con cui masse sempre più ampie di cittadini-zombi metabolizza le nefandezze perpetuate dal presente politico-sociale, comprovano come il poeta sensibile capace di straordinario vigore intellettuale avesse ragione, e l’avesse in anticipo sui tempi.
- Autore: Franco Grattarola (a cura di)
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Pierpaolo Pasolini. L’uomo e l’intellettuale in 50 interviste
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