- Autori: Maylis de Kerangal - Joy Sorman
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Prehistorica Editore
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788831234481
Un confine, una frontiera, un passaggio sopraelevato da cui si possono ammirare le due parti, di qua e di là, fronteggiarsi pur senza apparentemente toccarsi; perché qualcosa scorre, un fluido che produce energia e che si riversa, centellinato, all’interno della mastodontica struttura. Al centro del romanzo La diga, la più recente pubblicazione nel catalogo di Prehistorica editore (2026, trad. di Elena Vozzi e Nicolò Petruzzella), c’è proprio una struttura simile, un portento dell’ingegneria che si innalza, imponente e silenzioso, contenendo nella parte più a monte un’acqua dai fondali ricchi di storia. L’hanno scritto Maylis De Kerangal e Joy Sorman, due apprezzatissime autrici francesi qui alla loro prima esperienza insieme di un testo a quattro mani, progetto pubblicato oltralpe dalle edizioni Inculte (che le citano fra i propri membri fondatori) specializzate proprio nelle scritture collettive.
Tomi Motz, un ingegnere con una smodata passione per il capolavoro di Flaubert L’educazione sentimentale e un immaginario onirico gestito da un accurato controllo del sonno e rigorosamente appuntato in un taccuino, arriva alla diga di Seyvoz inviato dalla propria azienda per dei sopralluoghi. La struttura ha una storia alquanto peculiare: costruita negli anni Cinquanta, in un’epoca che ne ha fatto il vessillo imponente della rincorsa alla tecnologia del futuro, l’opera idraulica ha completamente sommerso un villaggio, i cui abitanti sono stati costretti all’evacuazione. Inoltre un’ampia massa di lavoratori, spesso stranieri, si è riversata nella zona per partecipare alla sua edificazione; non pochi hanno pagato con la loro stessa vita quel sogno di un guadagno faticoso delle braccia, quella fuga dalla povertà delle loro zone di origine.
Sono quattro i giorni che Toni Motz passa in quella zona, dopo aver risposto con efficacia e rapidità alla richiesta della sua direzione, mettendosi in macchina e lasciando la caotica capitale francese per quest’angolo isolato. Se ne pentirà prestissimo; fin dal suo arrivo alla base della diga, infatti, l’uomo inizia a vivere una serie angosciante di situazioni incomprensibili, che lo stordiscono e buttano, letteralmente, a terra: silenzi che tramortiscono e sfuggenti figure maleducate che non si palesano, improvvise apparizioni di cibo e donne al volante, brusii assordanti che rompono i timpani, fino a un vero e proprio agguato di un gruppo di pastori che lo prendono come capro espiatorio della loro tragica esistenza. Toni perde la bussola, sempre più impantanato in un terreno fra la veglia e l’incubo.
Il panino restituisce a Tomi un po’ di energia, ma i capogiri sono stati sostituiti da un malessere di altra natura, la sensazione di essere intrappolato in un campo magnetico chiuso, che disturba ogni contatto con gli altri, la sensazione di un allontanamento progressivo che lo rende più friabile, irascibile.
Noi lettori e lettrici, intanto, osserviamo il tutto dall’alto; perché c’è una diga serpeggiante anche fra le pagine del romanzo e ci è data la possibilità, da questa nostra posizione sopraelevata, di buttare un occhio ora a destra, ora a sinistra. Così, alle pagine impresse canonicamente in nero e che raccontano la spirale sempre più fantastica in cui precipita Tomi seguono pagine stampate in blu, che raccolgono le vicende della comunità sommersa dall’acqua. Fra “bambini, animali, campane” e poi ancora giovani portoghesi, baruffe xenofobe, disposizioni ministeriali e spostamenti di cimiteri, le righe azzurre sono quelle di un passato che, però, non sembra essersi silenziato e che increspa paurosamente la superficie del bacino artificiale. E poi si sa, modificando a nostro vantaggio la celebre frase di Cechov, che se c’è un lago dai fondali ribollenti, toccherà ben presto mettersi una tuta e afferrare fra i denti il boccaglio per scendere giù; la posizione sopraelevata non ci esenta dall’affogare fra i misteriosi eventi che infestano Seyvoz.
Ispirato dalle vicende della vera diga di Chevril (ce ne parla Luca Scarlini nella postfazione), il romanzo di Maylis De Kerangal e Joy Sorman mette così in scena l’accumularsi immaginifico di energie nei luoghi dove la natura ha dovuto lasciare il posto ai falsi miti del progresso, mostrandoci l’intrecciarsi di storie e fantasmi, paure e speranze dell’umano. E sarà che la curvatura della struttura ne amplifica la portata acustica, ma l’urlo riecheggia potentissimo:
Hai distrutto la nostra valle […] hai sommerso le nostre case, i nostri fienili, le nostre tombe, hai elettrificato anche il fondo della mela per permettere alla gente di città di far andare le asciugatrici, hai estorto i terreni e colato tonnellate di cemento per costruire un muro sul fiume, quell’orribile muro del progresso, e ora osi venire qui a pavoneggiarti in alta quota.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La diga
Lascia il tuo commento