“C’è un periodo nel quale corri per raggiungere la vita, c’è un periodo nel quale corri per fuggire alla morte”.
In questa intervista, Antonio Rossetti ci presenta il suo ultimo romanzo, La completezza del Nulla. L’Uomo Nuovo (Leucotea, 2026): uno sguardo dal bordo del baratro, il conflitto tra il protagonista - che incarna l’Uomo della razionalità - e il mare montante dell’irrazionalismo che alimenta una crisi personale e anche quella di un’intera nazione o addirittura dell’intero Occidente.
- La completezza del Nulla. L’Uomo Nuovo non sembra un romanzo di evasione, ma piuttosto un’immersione nei conflitti del nostro tempo. Qual è il nucleo centrale di quest’opera?
È un corpo a corpo (ovviamente, irrisolto) con la crisi, come “cosa ultima” ma anche come foriera di cambiamento, d’infiniti possibili, una pugnalata portata dal limite del nulla, che della Vita è il bordo. In questo scenario desolato, la crisi di una famiglia si pone come metafora di quella della democrazia, dell’instaurarsi di un totalitarismo.
- L’incipit del romanzo ci porta in una stanza d’ospedale, un luogo di confine. Può raccontarci come si sviluppa la trama, tra memoria privata e grande Storia?
Una stanza d’ospedale e un figlio che vorrebbe comunicare con il padre morente ma questi non sembra in grado d’udirlo, allora pensando ad alta voce gli racconta la storia della loro famiglia. Due giovani, in un habitat gotico e striato del colore delle possibilità, s’incontrano in un, non meglio identificato, dopo guerra, con un carico reciproco di vita distillata dalle vicende delle loro famiglie di origine.
Lui, sulle spalle il portato dell’esistenza di suo padre, prigioniero - dopo l’otto settembre 1943 - in un campo di lavoro in Germania. Lei, con la perdita di un amore, forse dell’amore, per il peso di una morte prematura. Loro, insieme per credere ancora nel tempo e il Tempo che li ingurgita, li mastica e li sputa nell’abisso del Nulla. Le loro famiglie di origine hanno attraversato il male del Novecento: il lavoro che geme sotto il tallone di un capitalismo orbo di etica, l’avvento del fascismo, la depressione degli anni Trenta, la guerra e la, tentata, ricostruzione.
- Qual è la natura del conflitto che lacera i suoi protagonisti?
Sotto le fiamme della storia comune, covano le scintille di quella privata, la Vita è in agguato: la coppia subisce un avvelenamento nei rapporti che coinvolge anche il figlio; quest’ultimo e sua madre attribuiscono la crisi alla contumacia mentale del padre, lui la riferisce all’habitat al vetriolo, allo iato tra il suo desiderio di razionalità e il caos, l’indistinto vuoto, del tempo che incombe.
“Tu e io: non riusciamo a scusare l’inadeguatezza a mitigare la reciproca sofferenza. Tu e io: notti di divano, di pianti senza lacrime, d’urla silenziose; in quelle notti parlo con un dio qualunque, con l’energia del cosmo, con qualsiasi cosa sia là fuori: chiedo un sonno senza sogni, un buco nero nel Nulla. A volte, però, dopo tanto cozzare, notti di soffice vento tra gli infissi, di rovente luce tenue, di sospiri a sgocciolare dalle labbra: tu e io. Fuori la vita: l’acqua sulle grondaie, lo stridore di freni sull’asfalto, la pioggia che s’incanala lieve tra le venature delle foglie”.
- Oltre alla famiglia, il romanzo esplora derive ideologiche e psicologiche estreme. Come si manifesta la ricerca di un "senso" nei personaggi secondari?
Il disagio porta il figlio in un centro psichiatrico dove la diversità è declinata in patologia. Nella clinica, il figlio proverà l’amore contrastato per un’altra degente e la tossica amicizia con il suo compagno di stanza. La madre, invece, cerca un equilibrio, pur instabile, frequentando un gruppo di adepti di un monaco, ex ufficiale della Repubblica Sociale, farcito di antimodernismo, con lo sguardo volto eternamente all’indietro, a una presunta, passata, età dell’oro in realtà mai esistita.
Infine, il padre è aggredito, oltre che dall’esistenza, da una malattia di difficile diagnosi - male di vivere? In fondo ogni malattia è una malattia dell’anima – che lo conduce alla soglia ultima, pregno di un rancore non sopito nei confronti di Dio o del Demonio, o di entrambi.»
- Arriviamo al parallelismo più inquietante del libro: la morte del “padre” come metafora della fine della democrazia. Chi è l’Uomo Nuovo che avanza?
La vicenda della famiglia è metafora di quella sociale: a livello collettivo, il vuoto diviene crisi culturale, poi sociale, infine economica, che spinge l’Uomo “vecchio” – ancorato ai valori della democrazia - di fronte all’abisso; il padre, che incarna tale uomo, muore in ospedale e nello stesso momento la massa, che vuole solo fuggire dalla libertà, osanna gli Uomini Nuovi che da decenni sembravano scomparsi.
Questa crisi sociale manda in frantumi il funzionamento della democrazia: non si ha più fiducia nella ragione, il sole torna a orbitare attorno alla terra che è di nuovo piatta, la scienza è una menzogna che produce vaccini dannosi, le motivazioni della classe dirigente sono mero perbenismo interessato. Mentre l’Uomo vecchio spira in un sudato letto d’ospedale, i pifferai magici tornano sui balconi, le bandiere scialano al vento del passato, le piazze risuonano delle urla degli “uomini nuovi”, l’acciaio delle armi è ripulito dalla ruggine dell’ultima volta e si ricomincia, e si ricomincia... Il leader di questo movimento – ispirato al “giovane” Mussolini - è stato un paziente dell’uomo agonizzante, nella sua attività di psicoterapeuta.
“Si deve credere a un nuovo dio, un dio mortale, non quello dei preti, questo dio si chiama Nazione… se la Nazione non esiste allora tutto è permesso, non ci sono più pilastri… si deve solo credere, senza chiedere mai conto… questa è la nostra religione laica. Noi trasformiamo le idee in miti, la politica in una forma d’arte, anche in pochissimi produciamo palingenesi, soprattutto non crediamo ai vecchi valori… vinceremo noi perché non puntiamo sui valori ma sui disvalori, sulla natura - neppure malvagia ma mediocre, opportunista - dell’umanità…”.
- Nel libro si avverte anche il peso di una crisi ecologica e urbana. Che tipo di futuro intravediamo in queste "nuove città"?
Natura e Uomo si contendono gli spazi, nelle “nuove” città, tutte una sorta di Telepolis, convive il sistema “nervoso-silicico” della fibra con le squadriglie d’incursione dei gabbiani urbanizzati, incombono la carenza di acqua e di energia: uno scenario con i colori del vespero.
“Strade di silicio e strade fisiche: nelle prime bit, impulsi, informazioni, nelle seconde un esercito di senza tetto, borghesi in migrazione di classe, operai disoccupati, immigrati; la massa vortica per le strade in attesa d’un evento insperato, d’un raggio di sole sul polistirolo, d’una pioggia irriverente sui sacchetti d’immondizia...”.
- Infine, una riflessione sulla scelta stilistica e linguistica. Perché ha scelto la seconda persona singolare e una sintassi così frammentata?
Mi sembra che questo consenta – anche con la sintassi spezzettata, tipica del dialogo – una semantica articolata; il risultato è una prosa che risulta più simile al parlato, più lasca rispetto alle norme dell’eloquenza. Questo stile si sovrappone alla storia come in una fotografia il filtro si sovrappone all’immagine, astraendola dal contesto e rendendola universale. La morte del protagonista è la metafora di quella dell’Uomo della democrazia, della razionalità: non potendo sperare nella perfezione del Tutto, l’umana imperfezione non può che sublimarsi in quella del Nulla.
“La morte non è il sopraggiungere del Nulla ma il suo finire, è il concludersi della stasi del tempo della cui trina è invece fatta la vita. Sono stato grandioso soprattutto nel chiudere il cerchio proprio dove lo avevo aperto, lasciando di me il perfetto nulla, Nulla… poi sarà bello entrare nel grembo di questa mia terra, con la quale ci siamo scambiati reciproco, eterno amore”.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “La completezza del Nulla. L’Uomo Nuovo”: intervista all’autore Antonio Rossetti
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