La Canzone Nibelungica di autore anonimo rappresenta una delle grandi epopee medievali germaniche, ed è considerata dai tedeschi la summa della visione teutonica del mondo per il fascino narrativo, il senso dell’onore e il pessimismo tragico che condiziona l’epos fin dall’esordio.
La Canzone dei Nibelunghi: la problematica genesi dell’opera
La genesi è un problema arduo e ancora irrisolto, vediamo perché.
L’ipotesi romantica di un conglomerato di canti medievali di origine popolari è caduta, perché attualmente si tende a riconoscervi la creazione di un poeta colto presso la Corte vescovile di Passau (Passavia) in Baviera, conosciuta come la città dei tre fiumi. Probabilmente un cortigiano del mondo austro-bavarese, piuttosto che il mitico giullare della leggenda.
La composizione è attribuibile fra il 1190 e il 1205, ma la la trama affonda le sue radici nella storia precedente, all’epoca dei regni barbarici dei Burgundi e delle saghe di Attila e di Teodorico. Ci troviamo di fronte a un’opera sincretistica che racchiude leggende popolari articolate in trentanove canti detti “avventure”, dove è facile perdere l’orientamento nella foresta pluviale dei personaggi. Lo sfondo storico, benché sfumato dalla leggenda, è piuttosto consistente e può definirsi nelle guerre sostenute da Attila, re degli Unni, contro i Nibelunghi, letteralmente “figli della nebbia”, identificabili con i Burgundi e terminate intorno al 437 d.C. con stragi etniche che obbligarono i Burgundi a lasciare il corso del Reno per stanziarsi nel territorio Franco di Borgogna.
Ma c’è un fatto sorprendente. In questo epos germanico viene introdotta la figura leggendaria di Sigfrido, mentre Attila non è evocato come re di tribù mongole, quanto come simbolo di valore germanico. Sapevate che gli Unni coincidono con la tribù degli Hiung-nu della Mongolia esterna? Le sorprese non finiscono qui, perché uno sfasamento cronologico inserisce nella sua corte Teodorico da Verona: un tributo alle forze che sconfissero l’impero romano e crearono quelli che chiamiamo convenzionalmentei regni romano-barbarici.
La Canzone dei Nibelunghi: struttura dell’opera
La Canzone dei Nibelunghi viaggia a due velocità: amore e vendetta. Da una parte c’è il nucleo di Sigfrido, dedicato all’amore tra lui e Crimilde dall’esito tragico. Dall’altra c’è il nucleo sulla vendetta di Crimilde, che viene travolta dalla sua stessa sete di sangue, dopo aver vendicato l’uccisione del marito.
Per la trama mettetevi comodi.
La sezione di Sigfrido
C’era una volta una principessa bellissima figlia del re di Worms. Il suo nome è Crimilde, la sua fama attira a corte Sigfrido, figlio del re dei Franchi. Costui sembra un pretendente perfetto perché non solo ha sottratto ai Nibelunghi un tesoro, ma al nano Alberico, guardiano delle ricchezze, ha rubato un cappuccio magico che regala l’invisibilità. In più il fatto di essersi bagnato nel sangue di un drago lo rende invulnerabile tranne in un punto, come accade ad Achille omerico.
Insomma ricchissimo, invisibile, fortissimo al 99%; ma il tesoro porta sventura. Com’è come non è, tra la principessa e l’eroe è amore a prima vista, il matrimonio sembra a un passo purché Sigfrido riesca a vincere la vergine guerriera Brunilde, regina d’Islanda amata da Gunther, fratello di Crimilde. Inutile dire che Sigfrido supera le prove imposte da Brunilde, costringendola a sposare Gunther. E i matrimoni si sdoppiano tra le coppie Sigfrido/Crimilde e Gunther/Brunilde.
Ma l’happy end tarda ad arrivare per una serie di complicazioni e segreti d’alcova. Sigfrido aiuta (possiamo immaginare come) il suo amico a piegare con le forze Brunilde ai doveri coniugali, poiché la prima notte di nozze insieme alla verginità la giovane teme di perdere il coraggio, quello virile che si misura in battaglia. Sbrigata questa maschia incombenza, il nostro eroe può finalmente tornare a Xanthen, capitale del suo regno, con la novella sposa.
La sezione di Crimilde
Passano 10 anni. Il quartetto si ritrova a Worms nel corso di una festa solenne. Ne è passata di acqua sotto i ponti. Regnano magnanimi sul loro popolo ed hanno prole. Saranno le regine a litigare nel corso di un torneo. Tra Brunilde e Crimilde volano stracci e offese pesantissime, che devono essere lavate con il sangue. La prima mette in dubbio la posizione sociale del marito di Crimilde, che nella verticalità del tessuto sociale medievale fa la differenza. La seconda ironizza sulla purezza di Brunilde che, a suo dire, sarebbe stata colta per primo da Sigfrido. Che onta!
Pazza d’odio, Brunilde decide di far uccidere Sigrido. Ancora un po’ di pazienza. Si serve di un guerriero ambizioso, tal Hagen, per convincere il debole marito della necessità di eliminare Sigfrido. L’unico punto vulnerabile gli sarà fatale. È Hagen a colpirlo a tradimento con la lancia in un attacco pari alla sua vigliaccheria. Il cadavere dell’eroe viene posto dinanzi alla porta di Crimilde come triste monito: da questo momento la regina vivrà solo per covare in silenzio una vendetta spaventosa. Sentite cosa fa.
Fa trascorrere il lutto e poi fa la gatta morta sposando Attila, per avere dalla sua parte la forza di un esercito uguale a quello dei Burgundi. È vero che la vendetta è un piatto da servire freddo. È altrettanto vero che Crimilde attende ben 26 anni per cogliere l’occasione propizia al suo disegno. Per le feste del solstizio invita al castello di Attila Gunther e Hagen. Durante il banchetto scoppia una strage senza uguali; vengono uccisi migliaia di Burgundi, di Unni e il figlio nato dall’unione con Attila. Hagen e Gunther vengono fatti prigionieri da Teodorico (alla festa c’era anche lui) e da costui sono consegnati a Crimilde a patto che vengano risparmiati come pegno di pace futura. Crimilde accetta, ma in cambio esige che le venga restituito l’oro di Sigfrido che i Burgundi hanno nascosto nelle acque del Reno. L’avidità la porterà alla rovina.
Morale della favola: in questa storiaccia non si salva nessuno. Finiscono tutti morti ammazzati e la vicenda si chiude in un clima di olocausto e di crepuscolo degli eroi.
Duemilatrecentosettantanove strofe di quattro versi a rima baciata fanno rivivere un mondo plumbeo e violento dominato dalla forza, dalla brama della vendetta, dal senso incombente della rovina e della morte. Non bisogna dimenticare che l’autore visse nel periodo che vide le lotte tra l’imperatore e i comuni italiani concluse con la sconfitta di Legnano, il fallimento della terza crociata, il breve regno di Enrico VI e il decennio di anarchia e di violenze per la successione al trono germanico.
La parte mitica della saga nibelungica, esclusa la vendetta di Crimilde, sarà ripresa da Wagner nelle opere L’oro del Reno, La Valchiria, Sigfrido e Il crepuscolo degli Dei.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La Canzone dei Nibelunghi: il poema epico reso celebre da Wagner
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