Un prete visionario. Don Antonio Sperti e l’orfanotrofio di Belluno (Cierre edizioni, 2025) racconta la vita di un prete di Belluno, don Antonio Sperti, e le vicende del suo orfanotrofio fondato nel 1855 dopo una drammatica epidemia di colera che colpì il bellunese. L’autore, Leopoldo A. Cafaro, discendente del protagonista, ha riscoperto questa bella storia ormai dimenticata grazie a una lunga e paziente ricerca storica di documenti e informazioni su questo personaggio.
“Un prete visionario”: contenuto del libro
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L’impresa di don Antonio fu quella di salvare gli orfanelli della città, maschi e femmine indistintamente, curarli, istruirli e mantenerli fino a quando non avessero raggiunto l’età per lavorare e mantenersi. Impresa resa molto più complicata dalle condizioni economiche della provincia e dai fatti storici della seconda metà dell’800, che in molti casi rischiarono di interrompere la vita stessa dell’Orfanotrofio Sperti. Il racconto segue lo svolgimento delle vicende dell’Orfanotrofio Sperti dal 1855 fino alla morte del suo fondatore avvenuta nel 1898 dopo quasi 50 anni di avventure e peripezie.
Il merito dell’autore è quello di far rivivere il protagonista e molti bellunesi realmente vissuti a quel tempo con semplicità e leggerezza, permettendo al lettore di immergersi nella Belluno di metà ‘800. Si raccontano passo passo tutte le iniziative intraprese da don Antonio per garantire il mantenimento del suo istituto. Dalla realizzazione di un nuovo edificio, alla ristrutturazione della vecchia chiesa di S. Rocco nel centro di Belluno a quel tempo diroccata e abbandonata. Tutte idee e attività di cui don Antonio vedeva chiaramente i benefici non solo per gli orfanelli ma anche per tutta la cittadinanza, anche se spesso gli provocarono fatiche, incomprensioni e difficoltà aggiuntive.
Ne viene fuori alla fine un racconto pieno di vicende umane molto interessanti, originali e curiose, a tratti anche divertenti, anche se in molti frangenti drammaticamente difficili. Non mancarono infatti le incomprensioni e i momenti di estrema difficoltà, quasi di abbandono, in cui l’Orfanotrofio si trovò durante molti periodi della sua esistenza. Per questo, si trovò anche costretto dal 1880 circa a cercare assistenza e sostegno economico al di fuori della città di Belluno per tentare in tutti i modi di dare un futuro al suo istituto.
Avvenne in questo periodo l’incontro con don Bosco e con i Salesiani con i quali intrecciò una fitta corrispondenza, andando anche a conoscere di persona la congregazione e lo stesso don Bosco. Sempre di questo periodo si svolsero le quasi incredibili pellegrinazioni di don Antonio: per raccogliere ulteriori fondi e offerte, rendendosi conto della situazione economica del bellunese, durante il periodo estivo aveva preso l’abitudine di percorrere a piedi le provincie circostanti con una piccola fanfara di 10-12 orfanelli; dando così spettacoli con allegre marcette e sonate nei vari paesi attraversati spesso a piedi, riuscì a pagare debiti e cambiali che gravavano sull’istituto. Questi giri avventurosi, partiti inizialmente dalle provincie venete per poi arrivare nel bresciano, fino al Piemonte e nel torinese, furono caratterizzati da esperienze uniche per quell’epoca: le avventure di questo strano prete montanaro vennero spesso raccontate anche dai giornali delle città visitate, ricevendo grandi soddisfazioni dalle persone conosciute durante le pellegrinazioni.
Piace descrivere questo racconto come una storia a lieto fine: infatti, dopo un’esistenza così complicata, prima della sua morte don Antonio si riappacificò con tutta la cittadinanza durante una grande festa organizzata in suo onore a cui parteciparono anche le autorità della città, in un saluto ideale ai bellunesi a cui in fondo don Antonio era molto legato.
L’intervista a Leopoldo A. Cafaro
- Qual è il contesto in cui si svolgono le vicende?
Le vicende si svolgono a Belluno, che a quel tempo era ancora una città regia del regno austroungarico e aveva mantenuto diverse funzioni: la sede del governo provinciale, il Tribunale e l’Ospedale civile. In virtù anche di un passato molto fiorente aveva bellissimi palazzi risalenti al ‘500 e ‘600, il Monte dei Pegni fondato nel 1502, il seminario gregoriano intestato a Papa Gregorio XVI, bellunese di nascita, con un importante ginnasio che ospitava e istruiva molti giovani.
A quel tempo, però, il bellunese, vessato prima da Napoleone e poi dagli austriaci, aveva perso le ricchezze di un tempo e la popolazione versava in condizioni molto difficili, in un territorio che allora non offriva grandi occupazioni. Iniziarono così le emigrazioni che contribuirono a rendere ancora più povero il territorio e di conseguenza ancora più difficile l’opera di don Antonio.
- Ci racconti del prete visionario, il protagonista.
Il titolo del libro è in particolare dedicato al carattere di don Antonio: grazie alla sua energia, alla fantasia che metteva in campo, alla capacità di non perdersi mai d’animo, anche di fronte a cocenti delusioni, mantenne per quasi 50 anni il suo istituto, attraversando periodi difficili, ma anche periodi più fiduciosi e tranquilli. Come si dice oggi, buttava il cuore oltre l’ostacolo, fiducioso sempre e comunque nel Signore e nella Divina Provvidenza, con una positività che coinvolgeva tutti i suoi amici e collaboratori.
La nascita stessa dell’orfanotrofio è un primo esempio di questo suo carattere. Prese in affitto a sue spese le “stanze umide e fredde” di un ex-convento dei cappuccini nel centro di Belluno. Raccolse i primi 14 orfanelli senza praticamente avere con sé i soldi per mantenerli. Don Antonio sapeva che c’era bisogno di questa struttura, aveva avuto questa vocazione ed era certo che fosse la strada non solo giusta ma obbligata per salvare quei bambini che avevano appena perso i genitori.
Tutta la sua vita è stata un susseguirsi di alterne vicende, alcune positive, altre negative. Molte non ebbero l’esito sperato e gli diedero cocenti delusioni. Però don Antonio non si lasciava mai andare alla disperazione ma anche nei momenti peggiori si manteneva sempre positivo. Quando una vicenda non andava come lui voleva, cambiava pagina e riprendeva la sua vita, mai lamentandosi del suo destino.
- Come inizia il racconto?
Don Antonio, di nobili origini, a circa 18 anni ebbe la vocazione e diventò sacerdote; durante i suoi studi poi si appassionò all’insegnamento dei giovani, studiando approfonditamente i principali pedagogisti dell’epoca (Montaigne, Girard…). In virtù della sua preparazione e delle sue capacità, prima di fondare l’orfanotrofio nel 1851 don Antonio era diventato a soli 29 anni il Direttore del Ginnasio. Il libro infatti inizia con un suo discorso alla fine dell’anno scolastico 1851-1852 nell’aula magna dell’istituto davanti ai maestri e agli studenti. Riporto di seguito uno stralcio di questo discorso, realmente tenuto, raccontato nel Capitolo iniziale del libro con cui di fatto il protagonista si presenta al lettore.
L’istruzione non deve essere già un ripetere assiduo di sillabe e di parole, un lavoro di numeri e figure, un seguito di regole e di parole, che devono entrare nella memoria dei giovani a forza di ripetizioni. Così facendo, il lavoro dell’insegnante è professione da mercenari che fa poco onore a chi la esercita e arreca ben pochi vantaggi agli studenti. L’istruzione, al contrario deve essere considerata come un’educazione dello spirito e del cuore; è un’arte cioè che cerca nell’intimo dell’uomo i germi dell’umano sapere e li feconda affinché producano e crescano e portino i loro frutti. L’attività del maestro, ahimè, è un’opera di lunga lena in cui sono necessari tempo e perseveranza per far crescere buone piante e far perire le cattive. La scuola deve formare il cuore, formando la mente; e mentre dà ai giovani qualche utile capacità, deve produrre buone abitudini al lavoro, all’ordine, alla decenza, alla socievolezza…
- Visto che il protagonista è realmente esistito, ci sono oggi i segni della sua vita e delle sue opere?
Ancora oggi a Belluno ci sono importanti segni delle opere di don Antonio. Grazie agli sforzi successivi alla sua morte, in particolare del Vescovo di Belluno Giosuè Cattarossi, l’Orfanotrofio Sperti nel 1924 venne diviso nella sezione femminile, affidata alla Congregazione delle Suore di Carità, e nell’Orfanotrofio maschile affidato ai Salesiani, che arrivarono in città con grande giubilo da parte di tutta la cittadinanza.
Per quasi tutto il ‘900 i due istituti portarono il nome di don Antonio Sperti. L’Istituto femminile è stato chiuso verso la fine del ‘900, ma ancora oggi nella sua sede è attiva una scuola per l’infanzia con il nome di Istituto Sperti.
L’istituto salesiano è ancora oggi presente e attivo in città e rappresenta un importante riferimento educativo e sociale della città. Nel 2024 si sono festeggiati i 100 anni dell’Istituto con una grande festa nell’attuale istituto scolastico.
A ricordare il sacerdote è anche dedicata una strada nella frazione Cavarzano di Belluno, dove viveva la famiglia Sperti e dove tutt’ora i suoi discendenti hanno mantenuto alcune proprietà.
- Perché ha scritto questo libro?
Per due principali motivi: il primo riguarda l’originalità della vita del protagonista, il secondo è relativo al fatto che si tratta di una storia ormai dimenticata.
Io sono un lontano parente di don Antonio e qualche anno fa quasi per caso ho avuto la fortuna di leggere alcuni suoi scritti e alcune sue lettere. Tra questi ci fu quel primo discorso da Direttore del Ginnasio che mi colpì a tal punto da spingermi ad approfondire la figura di questo personaggio per me quasi sconosciuto. Attraverso una lunga ricerca storica, grazie ai documenti dell’epoca recuperati, sono riuscito a scoprire questa bella storia quasi dimenticata. Ho recuperato anche diversi articoli sui giornali dell’epoca che raccontano le sue vicende e le sue avventure. Ho ritrovato inoltre scritti pubblicati da lui stesso sulla stampa locale: aveva probabilmente capito che attraverso i giornali poteva raggiungere molta più gente e poteva esortarli a sostenere il suo istituto. Anche questo è un esempio della sua modernità.
Sono stati proprio i suoi scritti ad appassionarmi a questo personaggio al di là del rapporto di parentela. Ho voluto fortemente scrivere questo libro perché mi sono accorto che la sua vita e le vicende del suo orfanotrofio, pur se così importanti per la città di Belluno, sono state nel tempo dimenticate quasi del tutto. L’obiettivo principale quindi è quello di far conoscere il più possibile la vita di questo personaggio così particolare e positivo.
- Chi potrebbe leggere il tuo libro?
Consiglio il mio libro ad appassionati di romanzi storici o a chi si interessa di vicende storiche realmente accadute. Infatti la vicenda narrata si svolge in un periodo storico molto particolare: la seconda metà ’800, durante il passaggio del bellunese dal Regno austro-ungarico al nuovo Regno d’Italia, con tante implicazioni quindi di carattere storico e sociale. Tra queste le prime emigrazioni, le difficoltà di una terra con poche risorse, il terremoto del 1873 devastante per la città di Belluno. Insomma, tante vicende vere che hanno accompagnato la vita dell’orfanotrofio Sperti di Belluno.
Inoltre, in virtù degli insegnamenti di don Antonio, consiglierei il libro anche a insegnanti e operatori in genere del terzo settore in ambito sociale e pedagogico.
- Quanto è stato difficile scrivere e pubblicare il libro?
In generale la ricerca e la fase iniziale di scrittura, pur se lunghe e complicate, non sono state difficili in prima battuta perché mi sono appassionato molto alla vita del protagonista e poi perché inizialmente non avevo come scopo quello di pubblicare un libro, ma solo quello di capire e mettere in fila le varie vicende sulla vita del protagonista. Questo probabilmente ha facilitato la prima stesura.
L’ultima fase di correzione delle bozze è stata in realtà più complessa del previsto anche se ha permesso, a mio giudizio, di migliorare sensibilmente il racconto grazie anche ai consigli della casa editrice Cierre di Verona con cui ho pubblicato il libro. In quest’ultima fase ho creduto molto nel mio progetto e ciò mi ha aiutato anche nelle ultimissime fasi di affinamento del testo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Leopoldo A. Cafaro, autore di “Un prete visionario”
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