Tra le autrici coreane contemporanee, Lee Kkoch-nim è una delle voci più sincere e necessarie. Autrice de La ragazza da odiare (La Nuova Frontiera, 2025, trad. di Sara Bochicchio), non denuncia mai ma ascolta: non perché semplifichi, ma perché accetta la complessità dei sentimenti umani.
Il suo sguardo sulle fragilità adolescenti ha una trasparenza rara, che rende La ragazza da odiare un romanzo impossibile da dimenticare. Per l’autrice la scrittura non è un progetto morale, ma una vera e propria un’urgenza personale.
L’intervista a Lee Kkoch-nim
- “La ragazza da odiare” affronta il bullismo, il pregiudizio e la complessità dell’adolescenza. Come è nata l’idea di questa storia e cosa desiderava trasmettere?
In Corea le persone sono generalmente molto rispettose e oneste: non si ruba, non si toccano gli oggetti degli altri, e si può lasciare un oggetto di valore su un tavolo di un caffè senza preoccuparsi — perché ci si fida. Proprio perché la società è percepita come molto morale, spesso è anche estremamente severa verso chi è accusato di un errore. Si punta il dito molto velocemente, senza ascoltare la storia dell’altra parte.
Anch’io pensavo che questa rigidità fosse necessaria: se si dà un alibi al colpevole, chi vorrà comportarsi bene? Ma con il tempo ho visto casi in cui la persona identificata come “colpevole” non lo era: persone giudicate e zittite senza possibilità di difendersi. Da lì è nato il mio interrogativo: perché siamo così rapidi nel giudicare? Perché nessuno chiede scusa quando la verità emerge?
La ragazza da odiare è il tentativo di portare ai lettori quella stessa confusione e quelle domande che io stessa mi sono posta.
- Il romanzo presenta una struttura narrativa corale. Perché ha scelto di raccontare la storia attraverso le voci degli altri personaggi, lasciando Seo-eun fuori campo?
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Raccontare da un’unica prospettiva rende più facile guidare l’empatia del lettore. Ma io non volevo che La ragazza da odiare fosse un romanzo comodo: volevo che fosse scomodo. Dando voce a più personaggi, il lettore non sa più chi dice la verità, non sa più chi ha ragione. Alcuni lettori hanno odiato il personaggio sbagliato e si sono arrabbiati col finale. Altri hanno avuto la sensazione di essere stati presi in contropiede. Volevo che quell’inquietudine aprisse nuove domande.
- L’adolescenza è spesso centrale nei suoi romanzi. Quali aspetti di quella fase della vita sente ancora vivi dentro di sé?
Ho iniziato a scrivere non pensando che qualcuno mi avrebbe letto, ma per il desiderio di scrivere. La mia adolescenza non è durata due o tre anni come per molti, ma quasi otto. È stato un periodo pieno di incertezze: non sapevo chi fossi, non sapevo cosa avrei fatto, mi sentivo sempre fuori posto. Oggi comprendo che quel disordine emotivo mi ha resa la scrittrice che sono. Ecco perché provo sempre affetto e compassione per chi sta crescendo: perché scrivere per gli adolescenti significa anche scrivere per me stessa, per la ragazza che sono stata.
- Quanto c’è della Corea contemporanea nelle sue storie e quanto invece deriva dalla pura immaginazione?
Gli eventi dei miei romanzi sono spesso frutto dell’immaginazione. Ma le emozioni, i conflitti, le paure dei personaggi sono molto reali. Non tutti gli adolescenti coreani vivono drammi simili: molti vivono vite tranquille, ma la maggior parte condivide una profonda ansia per il futuro, acuita oggi dai social che mostrano vite “perfette” di cui ci si sente sempre in difetto. Per me, il vero successo non è essere nell’1% del mondo: il vero successo è vivere una vita semplice ma autentica.
- Quanto è importante per lei che la letteratura offra spazi di ascolto e riflessione sui temi sociali?
Penso che la letteratura serva a fare domande — non a dare risposte. Domande sulla vita, sulla società, su ciò che consideriamo giusto. Gli adolescenti vivono un periodo in cui ricevono mille domande e hanno pochissimo tempo per cercare risposte: devono studiare, mantenere amicizie, costruire la propria identità. E spesso sono travolti da media, gossip, distrazioni. Per questo io pongo domande nei miei libri: finché il lettore non inizia a cercare le sue risposte.
- Come si sviluppa il suo processo di scrittura? Segue una struttura o lascia che la storia prenda forma da sé?
Uso entrambi gli approcci. Di solito stabilisco un inizio e una fine, ma lascio che emozioni e dettagli fluiscano liberamente. Se lascio tutto troppo libero, rischio di perdermi nell’emozione. Se invece costruisco una struttura troppo rigida, la storia diventa fredda. L’equilibrio nasce combinando le due cose.
- Cosa significa per lei raccontare identità femminili fragili, osservate e giudicate?
Non c’è un intento teorico: mi viene più naturale scrivere di personaggi femminili perché sono donna. Il fatto che risultino osservati o giudicati non dipende dal loro genere, ma dal fatto che molti sono adolescenti ancora in crescita, con fragilità interiori. Detto questo, è vero: le donne sono state osservate e giudicate troppo a lungo, ma le cose stanno cambiando. Lentamente, ma stanno cambiando — e il cambiamento, una volta iniziato, diventa un’onda che può trasformare tutto.
- Quanto è importante che i giovani lettori si riconoscano nei suoi personaggi, anche imperfetti o ambigui?
È fondamentale: è il motivo stesso per cui scrivo. Le persone sono imperfette per natura. Anche da adulti non sappiamo tutto, non abbiamo sempre le risposte. Gli adolescenti però spesso pensano: “Sono solo io a sentirmi così fragile?” Se leggendo scoprono che non sono soli, allora forse riescono anche ad avere più compassione per sé stessi — e per gli altri. A volte, questa consapevolezza può persino salvare.
- Come vive il fatto che i suoi romanzi arrivino ora ai lettori italiani?
In Corea si dice: “non diventare una rana nel pozzo”, ovvero non rinchiuderti in un mondo troppo piccolo. Eppure, quando ho iniziato a sognare di diventare scrittrice, ho scelto consapevolmente di essere proprio una rana del pozzo: scrivere nel mio piccolo spazio, senza il timore del mondo esterno. E poi, all’improvviso, quell’acqua è uscita dal pozzo… ed è arrivata fino in Italia. A volte faccio fatica a crederci. Grazie ai lettori italiani: continuerò a “gracchiare” con ancora più entusiasmo.
- Se potesse inviare un messaggio ai ragazzi italiani che la leggeranno, cosa direbbe loro?
Ovunque siate, qualsiasi vita stiate vivendo, se i miei libri porteranno anche una piccolissima scintilla nella vostra esistenza, per me sarà un onore immenso. E anche se non cambieranno la vostra vita, se solo vi faranno dimenticare il tempo mentre leggete, o se chiuderete il libro pensando “sì, ne è valsa la pena”, per me sarà abbastanza. Grazie di cuore per questo privilegio.
Recensione del libro
La ragazza da odiare
di Lee Kkoch-nim
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Lee Kkoch-nim, autrice di “La ragazza da odiare”
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