Il 22 dicembre 2020, in un appartamento con l’albero e i doverosi addobbi natalizi, mamma impazzisce. Il tutto si concretizza in una frase (“C’è troppo burdellə”) e nella smania con cui si mette a svuotare gli armadi, come fosse la sola e più giusta cosa da fare, da portare subito a termine con famelica frenesia, fino a perdere l’equilibrio e a cadere seduta per terra, battendo dolorosamente l’osso sacro. C’è chi si allontana, nello sgomento della crisi e nell’impulso dell’insofferenza, e chi le si siede accanto ad aiutarla, a sostenerla. E mentre si raccattano i capi svolazzati un po’ ovunque,
vedo, riverse accanto alla scatola di cravatte, alcune fotografie – circa una trentina. Sono tutte foto di noi: in campeggio, al mare, a matrimoni, comunioni, feste di vario genere. Le raccolgo e mi fermo a guardarle, senza chiedermi perché mamma le abbia nascoste lì dentro. […] Io stavolta non lascio stare per niente.
Inizia così il romanzo Armadio di famiglia di Gianni Denaro, edito a fine febbraio 2026 nella collana “Nichel” dell’editore minimum fax, un esordio di estrema potenza che sa raccontare e raccontarsi, attraverso le foto, gli altri e la lingua, intessendo (è proprio il caso di usarlo, questo termine) le vicende di una famiglia attraverso i doni inaspettati e criptici che riposano al di là delle ante.
“Armadio di famiglia”: l’ordito di una famiglia fra immagini e parole
A separarmi dall’infanzia e dalla giovinezza di Gianni ci stanno appena qualche anno e non troppi chilometri nella parte centrorientale della Sicilia; e forse è per questa stessa provenienza dagli anni Novanta, che visti da oggi sembrano sì ricolmi di roba ma riassumibili nella distanza di un balzo, che m’è presa la vertigine. Gli scatti di cui parla nelle prime pagine, infatti, li riporta nel testo, in bianco e nero fra le pagine scritte e poi, a colori, in coda al romanzo – e io ci ho ritrovato le pose, gli atteggiamenti, gli sfondi e le occasioni delle mie, di foto, impilate negli album gelosamente conservati dai miei. Ed è così che, dal suo progetto quantomai intimo e personale, è nato in me qualcosa di inaspettato che si porta dietro un retrogusto di nostalgia, unito al desiderio di ricostruirmi, di ritrovarmi e narrarmi. Sarà stato sicuramente per il suo stile, delicato e precisissimo, da cesello magico, che sa emozionare fino a far spuntare le lacrime agli angoli degli occhi ogni volta che va ancora più a fondo, che scava ancora più sotto i tessuti e la carne.
Gianni Denaro scrive così
la storia, costruita senza neanche rendermene conto, di esseri microscopici e tragicomici che, attraversando gli anni, hanno cambiato abito e carattere, come attori che si fingono altro da loro.
e lo fa partendo sempre da quel mazzetto di scatti, dopo averli rimessi in ordine nel rispetto della cronologia. Dal bacio del 1990 in abiti da matrimonio al costume da bagno del ’95, dall’ultimo carnevale del vecchio millennio ai compleanni-spartiacque della maggiore età fino alle inquadrature più recenti, Armadio di famiglia ci mostra la possibilità di ritrovarsi nei riquadri 10x15cm, col solo sforzo di saperli guardare con occhio attento.
Nel lavoro di auto-documentazione attraverso il quale Gianni Denaro dà voce ai singhiozzi e alle crepe, alle gioie e ai capogiri della sua famiglia, rivestono un ruolo di primo piano gli abiti, tanto che i capitoli del suo libro hanno sempre in sé un nucleo di ecfrasi, di descrizione a parole di ricami e tessuti. Cosa dice di noi (all’occorrenza, nel testo, dei quattro membri della famiglia Denaro) un pigiama a stampe Disney incastonato nella luce di un salotto, una camicia dalle maniche arrotolate rimbottata dentro i pantaloni, un vestito elegante fieramente portato anche se col senso di colpa? Tanto, tantissimo: i capi possono parlare di crisi economiche e chiusure dolorose, di ossessioni e rimproveri, traguardi e sentimenti. Possono perfino produrre suoni; nel caso di Armadio di famiglia, quelli tipici (aperti, colorati, polisemici) del dialetto di Valguarnera, che Gianni riporta e spiega. E alla fine ne viene fuori una filologia familiare mozzafiato, che dimostra come tutto sia collegato, attraverso il gioco di rimandi fra parola, taglio-e-cuci e immagine.
Come gli abiti, anche l’esistenza a volte può slabbararsi, bucarsi a un nostro sbadato movimento – non per questo siamo colpevoli di averla rovinata deliberatamente.
L’intervista a Gianni Denaro
- Col tuo romanzo, apri il faldone di un archivio familiare fatto di fotografie (per loro natura silenziose) e dai loro voce, analizzandole da tenero ma ostinato entomologo. Come hai proceduto, nell’ordito fra immagine e parola?
Ho iniziato costruendo l’intera struttura, tratteggiando i personaggi, scegliendo le foto ed elencando le vicende a esse associate. Volevo che la lettura del romanzo fosse simile allo sfogliare un album di famiglia: da principio si guardano gli abiti, le capigliature; solo dopo emergono gli eventi.
La cosa che mi ha sorpreso è vedere come molti episodi, fuori da quelli che avevo selezionato, siano emersi spontaneamente mentre scrivevo. È stato interessante muoversi tra rigore strutturale e questa memoria che si faceva avanti prepotente; trovare l’equilibrio tra queste parti.
- Cos’è che raccontano di noi, gli abiti che teniamo o stipiamo nell’armadio? E in cosa sono simili agli “eventi” (tu che scrivi che quest’ultimi si possono portare “addosso […] quasi fossero cappotti che non [si] possono sbottonare”) e ai “ricordi” (scrivi qualche riga dopo che “dei ricordi ci si può svestire e rivestire all’occorrenza”)?
Vestiti e ricordi sono legati perché gli abiti possono essere la manifestazione del nostro passato. Se ci facessimo attenzione, potremmo rivelare qualcosa di noi partendo da ciò che indossiamo o nascondiamo negli armadi. Gli abiti ci raccontano delle nostre eredità, di regali, di momenti di vita, di persone a cui saremo sempre legati. Per questo mi piace credere che vestirsi sia un po’ come ricordare.
- Definisci il narrare una storia come il “restituire sostanza e ordine agli eventi” e la fantasia come un qualcosa che “non passa mai di moda […] a differenza dei vestiti che indossiamo ogni giorno e che invecchiano insieme a noi”. Allora dicci un po’ cos’è la scrittura e come opera, per te – o come la adoperi.
Per quanto assurdo possa sembrare, la fantasia - o meglio il romanzare - mi ha permesso di ricostruire una realtà emotiva che altrimenti sarebbe scomparsa. Perché se a volte è difficile ricordare con precisione un evento, è ancor più complicato rintracciare le emozioni che abbiamo provato in un determinato momento della nostra vita. La memoria deforma gli eventi, ma ancor di più le emozioni.
Ecco che “restituire sostanza agli eventi” per me voleva dire proprio questo: utilizzare la scrittura per ricostruire e comprendere emozioni. Era essenziale; perché poi: se agli eventi togliamo le emozioni, rimangono solo i fatti. E i romanzi non sono articoli di giornale.
- In mezzo alla commovente intensità delle tue pagine, ci sono numerose toppe linguistiche – analisi semantiche di lemmi dialettali e formule semi proverbiali, con le quali cuci insieme gli eventi al tuo sentire e al sentire degli altri. D’altronde anche le mie, di fotografie dell’infanzia e dell’adolescenza, mi parlano in un dialetto non troppo distante dal tuo. Ci parleresti di questa adesione a quella parlata e della corrispettiva e opposta avversione, quasi vergogna, alla quale accenni nelle tue pagine?
Mi son sempre vergognato del dialetto. Probabilmente perché da bambino percepivo ci fosse una differenza tra le famiglie che parlavano in siciliano e quelle che invece erano istruite e con un perfetto italiano.
La mia avversione per quella “lingua” era talmente forte che nel libro non era stata pensata nessuna parentesi di quel tipo. Invece sono venute fuori da sole, e io quelle parole “straniere” le ho lasciate parlare per la prima volta. Scrivendone, ho compreso di più i miei genitori: il dialetto non era solo un loro diverso modo di parlare, ma anche di agire. Per questo oggi credo che se avessi imparato a parlare come loro, avrei accorciato molte delle nostre distanze.
- Ti sei ritrovato al crocevia fra il salto nel vuoto dell’esordio (che dev’essere tanto entusiasmante quanto terrificante, immagino) e la messa a nudo in pagine, le tue, così intime e personali; quali emozioni ti hanno assalito in questi mesi, dalla pubblicazione del tuo romanzo a oggi?
Sebbene abbia raccontato di alcune verità “scomode”, ero talmente grato di questa opportunità che durante la scrittura ho provato un forte senso di gioia e divertimento. Forse è da lì che deriva quella leggerezza, nel mio modo di raccontare, che mi hanno fatto notare molte persone – a partire dalle editor con cui ho lavorato.
Adesso che il romanzo viaggia da solo, questi sentimenti di divertimento e gratitudine si sono rinnovati. Mi confronto con le persone che incontro, che hanno letto il romanzo – è come vestire i panni di un’altra persona. Faccio un esempio: alla fine di una presentazione, una signora sulla settantina, riferendosi a un passo del libro in cui parlo del disagio di non sentirsi belli, mi dice: "So cosa significa". Lì ho sentito davvero quanto un libro possa cancellare quarant’anni di differenze ed esperienze.
- Quali autori o libri ti hanno accompagnato durante la scrittura?
La più importante è stata Lalla Romano. Il suo romanzo La penombra che abbiamo attraversato è diventato un’ossessione, per il modo incontestabile, ma insieme poetico, con cui descrive luoghi e ricordi. Mi è rimasto impresso "il giallo feroce" con cui è tinteggiata una camera che descrive. Ci sono anche Sebald e Annie Ernaux.
In modi diversi loro tre hanno usato la memoria, e hanno scritto almeno un libro usando la forma dell’ecfrasi fotografica. I loro romanzi raccontano con precisione il quotidiano e ciò che accade alle nostre vite; e cercano di dargli un senso - insomma: tutto ciò che per me è letteratura.
- Ultima domanda scomodissima, fatta proprio per farsi odiare a fine intervista. Sei costretto a scegliere, fra tutti quelli presenti nelle pagine del tuo “Armadio di famiglia”, un solo scatto, un solo abito o un solo termine dialettale: su cosa ricade la tua scelta?
Un termine del dialetto – che in realtà è un calco dal francese: armoire.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Gianni Denaro, in libreria con “Armadio di famiglia”
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