Scrivere è come piantare semi in un giardino che non si vedrà mai fiorire completamente.
confessa Mizuniwa Ren in una recente intervista e questa metafora botanica sembra pervadere ogni pagina del suo ultimo romanzo. C’è qualcosa di magnetico nella scrittura di questo autore contemporaneo giapponese, tra i più acclamati nel suo paese, che ha fatto della complessità delle emozioni umane e della memoria il proprio territorio di esplorazione privilegiato. La sua prosa sobria e coinvolgente mette in luce una profonda ricerca, delicata e mai ossessiva, nelle pieghe dell’animo umano attraverso storie quotidiane ma universali.
Ed è proprio questo che accade in Il fiore dei ricordi ritrovati (Edizioni Nord, 2025, trad. di Maria Cristina Gasperini), dove l’autore raggiunge e delicatamente sfiora gli angoli dell’anima, anche quelli nascosti che spesso sfuggono anche a chi ne è padrone.
Ogni seme porta in sé non solo la promessa di una nuova vita, ma anche il peso di tutte le vite che l’hanno preceduto
scrive Ren nelle prime pagine, stabilendo immediatamente il registro poetico-filosofico che attraverserà tutto il romanzo, con una scrittura evocativa ma non leziosa, che fotografa senza mai risultare indiscreta sentimenti universali traducendoli in parole. "Non è un romanzo sulla memoria quello che ho voluto scrivere", ha dichiarato Ren in un’intervista per Bungaku Shinchō, “ma una cartografia dell’anima contemporanea”. Infatti Il fiore dei ricordi ritrovati non può essere liquidato semplicemente come l’ennesima riflessione sul tempo perduto tra rimpianti e ripensamenti dell’essere umano incerto del suo vivere. Ren (attraverso i suoi personaggi) si fa vero e proprio "cartografo", tracciando con precisione i confini tra dolore e accettazione, tra rimpianto e rinascita, tra quello che eravamo e quello che possiamo ancora diventare. Una cartografia dell’anima che non segue coordinate geografiche tradizionali, ma si orienta secondo i punti cardinali dell’emozione.
La nostalgia è il nord magnetico. Il perdono è il sud che scalda e rigenera. Il rimpianto è l’occidente che tramonta. E infine la speranza è l’oriente di ogni nuovo inizio. Al centro di questo universo narrativo c’è Nagi, custode di un cimitero e depositario di semi misteriosi dell’ipomea bisesta, legati a un’antica leggenda sudamericana.
"I morti non se ne vanno mai davvero", gli aveva sussurrato l’amica Aihara prima di morire annegata, "si trasformano in semi che aspettano il momento giusto per fiorire nei cuori di chi resta".
Questi semi permettono l’"intercalazione", che consente di rivivere frammenti del proprio passato non per cambiarlo, ma per comprenderlo. Spinto dal desiderio di alleviare il dolore altrui – "l’istinto del guaritore di anime" –, Nagi offre i semi a persone segnate da rimpianti profondi: l’anziano Mitasuke, tormentato da un incendio del passato; la piccola Himari, che cerca di elaborare la perdita della sua maestra; Yori e Watarai, ciascuno portatore della propria ferita segreta. "L’intercalazione non è magia salvifica", riflette Nagi, ma "è semplicemente il coraggio di guardare indietro senza il filtro della paura". Attraverso questo processo, Mitasuke torna mentalmente all’incendio che ha segnato la sua giovinezza e scopre che l’amico Masa si era addossato ogni colpa per proteggere gli altri. Scopre un amico coraggioso e non codardo, ricco di un amore così grande da farsi carico della colpa altrui. Himari rivive un pomeriggio con la sua amata maestra Mikage, comprendendo finalmente il vero senso delle sue parole legate alla comprensione del senso della vita. E via via le storie si susseguono come dono di comprensione tardiva del passato e aiutano a perdonarsi, a comprendersi e a comprendere la vita vissuta e subita. I personaggi trovano la pace e la connessione con le proprie scelte, perché
I semi sono come le preghiere: non cambiano quello che è stato, ma trasformano chi le pronuncia.
Un dono salvifico che aiuta a perdonarsi. A trovare pace con le proprie scelte. Ad accettare il peso e la bellezza di essere umani, anche nelle loro imperfezioni, suggellando un ciclo eterno di memoria, crescita e rinascita che ricorda la concezione buddhista dell’esistenza come ruota infinita di trasformazioni.
Ren, per ogni personaggio, nella ricerca e rielaborazione del proprio dolore o insuccesso va a rivestire connotati diversi: Oga Mitasuke è il classico eroe tormentato che popola tanta letteratura contemporanea, uomo che ha imparato a convivere con le cicatrici della sua anima. Ma il comprenderle, il riviverle e l’accettarle le fanno diventare messaggio ed eredità di un’amicizia creduta persa e ritrovata. Nel ritrovare legami che si fanno necessari all’uomo e che l’autore fa diventare cuore pulsante del romanzo. Tra tutti, il rapporto d’amicizia tra Mitasuke e Masa che, nel rivivere il passato, ne comprende la vera realtà dei fatti. Un’amicizia ritrovata e riscoperta così autentica da trascendere la morte, trasformandosi in eredità morale che plasma l’identità di chi resta.
Non meno interessante è la figura di Nagi, il custode, che ha in sé lo spirito del "guaritore" e accetta la missione affidatagli con i semi dell’ipomea bisesta, diventando non traghettatore caronteo delle anime, ma "aiuto" e lettore di quelle anime e delle loro paure, dei loro errori. Centrale è anche Himari e il suo incontro con la maestra Mikage, che si rivela la fluidità generazionale necessaria a comprendere la vita e l’esistenza, in un dare e avere che non ha generazioni prevalenti una sull’altra, ma solo dialogo tra innocenza e mondo adulto. Dove la verità dell’uno non deve mai prevalere ma deve tendere all’ascolto armonico della vita.
Ed è questo ascolto, questa comprensione dell’altro e del dolore che permette la crescita di ogni personaggio. Una crescita che non porta alla perfezione ma all’imperfezione, che è la vera bellezza dell’essere umano. Capace di trovare la via della riconciliazione e della rinascita, che non è raggiungimento di una qualche perfezione perduta ma accettazione di un equilibrio nuovo, più fragile certo, ma anche più autentico. In questo "sistema di specchi deformanti" composito e composto da ogni singolo personaggio, la memoria si fa giardino, dove coesistono i fiori e le spine di ogni singola esistenza, dove presente e passato si alternano nella narrazione che si fa parallela al fruire della vita. E la memoria si alterna al ricordo sovrapponendosi, perché i ricordi non sono
eventi definiti da un calendario, ma sono bagliori di luce di un passato che credevamo sepolto dalle pieghe dell’anima ferita.
Il fiore dei ricordi ritrovati non promette happy ending né facili consolazioni – promette qualcosa di più prezioso e più raro: la possibilità di fare pace con la propria storia, anche quando questa storia include capitoli dolorosi che non si possono riscrivere. La riconciliazione, con sé stessi, con gli altri e con la propria storia, non è dimenticare, è ricordare senza che il ricordo faccia più male. Perché solo questo porta a un nuovo inizio. In un’epoca in cui siamo abituati a cercare colpevoli e vittime, a dividere il mondo in bianco e nero, Ren ci ricorda che la vita vera si gioca nella zona grigia, in quel territorio incerto dove le persone sbagliano, si perdonano, si cercano e si perdono seguendo logiche che non sempre è possibile decifrare. "L’unica saggezza è accettare di non capire tutto", afferma Mitasuke, "e comunque continuare ad amare nonostante questo". Una vera e propria analisi cartografica dell’anima contemporanea quella di Mizuniwa Ren.
Leggere Il fiore dei ricordi ritrovati non è un inno alla nostalgia ma una vera e propria porta verso un nuovo inizio, dove il dolore si trasforma in saggezza universale e la memoria individuale in patrimonio collettivo. Perché:
Non siamo i custodi dei nostri ricordi. Sono i ricordi che custodiscono noi, tenendoci legati a tutto quello che è stato e che continua a essere, in forme che spesso neanche immaginiamo.
- Autore: Mizuniwa Ren
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Nord
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788842936350
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il fiore dei ricordi ritrovati
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