Due rette parallele s’incontrano su Venere di Michele Vincelli (Cornacchione Editore, 2025) è un romanzo che, per fedeltà alla propria visione e al destino dei suoi protagonisti, sceglie deliberatamente di andare contro il modo consueto di raccontare. Non corteggia il lettore, non lo accompagna per mano: lo espone piuttosto alla stessa persecuzione dell’esistenza che grava sui personaggi, trattandolo come una presenza interna alla storia, vulnerabile e coinvolta.
Vincelli costruisce un’architettura narrativa frammentata e irregolare — ventitré capitoli più due epiloghi — in cui due vite, separate da secoli e destinate a non incontrarsi, si rivelano gradualmente. Le loro storie si rispondono per echi e risonanze impossibili, come se dialogassero a distanza. In questo gioco di rimandi sembra annidarsi uno dei significati più profondi del romanzo: alcune dimensioni dell’esperienza umana — l’amore, il coraggio, la ricerca di senso — travalicano il tempo e lo spazio. I mondi narrati, pur lontanissimi, a tratti si rispecchiano, suggerendo che i Campi Elisi possano esistere in ogni epoca e in ogni luogo, forse persino alla fine dell’universo.
I capitoli alternano da un lato Michelangelo, pseudo-inventore del Novecento, fragile e ostinato, costantemente in attrito con il mondo e alla ricerca di un’armonia che sembra sempre sfuggirgli. Dall’altro Guillaume Le Gentil, astronomo del Settecento, impegnato in un viaggio scientifico che si trasforma progressivamente in un’esperienza di sospensione, smarrimento e attesa. Le loro esistenze non si incrociano mai, ma sembrano appartenere a uno stesso disegno invisibile. È il racconto di vite che non coincidono con il mondo, di uomini che non arrivano mai “nel posto giusto al momento giusto” o che, quando vi arrivano, lo fanno sempre troppo tardi.
Il romanzo si muove come un teatro mobile: galeoni settecenteschi, bettole coloniali, discoteche degli anni Ottanta, processioni popolari. Ogni scena è autonoma e insieme parte di un mosaico instabile, arricchito da riferimenti che spaziano da Dante a Elvis, da Voltaire ai Pink Floyd, fino allo sbarco lunare e Canzonissima. Il romanzo dialoga anche con l’idea di destino, incarnata nel "Registro universale delle cose che devono accadere", una sorta di diario divino del divenire. Qui si nasconde un nodo cruciale dell’opera: vittoria e sconfitta non sono rigidamente scritte, ma nascono dalle scelte e, soprattutto, dai modi di guardare il mondo.
Le due rette parallele, apparentemente destinate a non toccarsi, collassano infine in un punto impossibile, una zona di frontiera. È qui che irrompe nella narrazione un vagabondo, figura inattesa che pronuncia la sentenza dell’intero romanzo. Il capitolo 23 — da cui il libro trae il titolo — segna l’incontro impossibile delle due vite: un discorso surreale e folgorante che rompe la quarta parete e convoglia il caos narrativo in un’unica, potente constatazione sulla condizione umana. È un capitolo rischioso, quasi arrogante, perché sospende l’azione e dichiara apertamente una visione del mondo. Il suo valore non risiede nello sviluppo della trama, ma nella funzione morale e giustificativa che assume. Qui Vincelli condanna una società contemporanea ossessionata dall’idea di una felicità perpetua e dall’eliminazione del dolore, una società che, cancellando il mistero e l’attesa, finisce per svuotare la vita di significato. In questo senso il romanzo si trasforma: da collezione di sventure diventa un saggio lirico sulla necessità del limite e del dolore come condizioni dell’autenticità. È qui che i protagonisti, in modo quasi impercettibile, diventano eroi.
La scrittura di Vincelli è mobile e lirica, insieme cinematografica e teatrale, ironica ed emotiva. Spesso privilegia l’immagine alla cronaca, la percezione alla progressione. In alcuni passaggi la prosa si fa volutamente asfissiante, rimbomba, costringendo il lettore a perdersi o a resistere. L’autore non guida: chiede complicità. Il lettore è chiamato a navigare senza mappa, aderendo alle regole spietate della storia e della vita. È un atto che può apparire ingeneroso, ma che risulta radicalmente onesto. Chi cerca di essere accompagnato resterà fuori bordo; chi accetta di smarrirsi troverà un romanzo che parla direttamente all’anima.
Due rette parallele s’incontrano su Venere non è un libro per tutti. Chiede pietà, ma non ne concede. Divide, spiazza, solleva polvere, rifiuta il conforto narrativo e abbraccia l’incompiuto. Ma per chi sa restare — per chi non pretende linearità né consolazioni — è un’esperienza rara: la scoperta che anche la caduta può essere un atto di dignità, che la fragilità è una forza, e che alcune vite brillano proprio perché storte.
Un debutto coraggioso, indisciplinato, necessario: un inno a chi continua a inseguire stelle cadenti, cade, si ferisce e, con ostinazione, si rialza. Un plauso alla Cronacchione Editore per aver dato voce a una storia così irregolare ma tanto autentica.
- Autore: Michele Vincelli
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Due rette parallele s’incontrano su Venere
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