È uscito a fine novembre un prodotto editoriale fra i più necessari e fondamentali di tutto il 2025, sotto il doppio logo della casa editrice in transito Tamu/Tangerin. Controdizionario del confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo centrale dell’Equipaggio della Tanimar, a cura di Filippo Torre, è una raccolta di quarantadue vocaboli, proposti in rigoroso ordine alfabetico, che descrivono perfettamente e, soprattutto, dal lato opposto del Mediterraneo e dell’esperienza della migrazione, la realtà sfaccettata, sofferta, polifonica, traumatica e paradigmatica vissuta da chi tenta, lungo il Canale di Sicilia, di portare a termine il viaggio di fuga e approdo che da decenni mobilita decine di migliaia di esseri umani fra le coste africane e quelle europee.
Non si potrebbero trovare, per spiegare il contenuto del volume, parole migliori di quelle utilizzate da Georges Kouagang nella prefazione:
Ogni viaggio porta con sé una lingua. Una lingua fatta non solo di suoni e grammatica ma di urgenze, paure, speranze. Questo controdizionario nasce dall’ascolto di quelle parole che, troppo spesso, non trovano spazio nei documenti ufficiali, nei notiziari e nelle statistiche.
Sono le parole dei migranti in transito: termini inventati, adattati, presi in prestito o trasformati, che circolano nei campi informali, nei centri di accoglienza, lungo le frontiere e nei luoghi di attesa. Parole che raccontano la geografia del viaggio, i rapporti di potere, la solidarietà, le strategie di sopravvivenza. A volte sono parole in codice, altre volte piccoli lampi poetici in mezzo al trauma.
Raccoglierle […] è un atto politico. […] anche in condizioni estreme le persone continuano a nominare il mondo, a reinventare il linguaggio per raccontarsi e orientarsi. […] esiste un vocabolario parallelo, precario, fluido, ma straordinariamente vivo, che nasce ai margini dei confini, nei silenzi delle istituzioni, nelle pieghe del quotidiano.
Che le parole facciano molto più che nominare semplicemente le cose, dovrebbe essere un dato più che acquisito da tutti. Filologia ed etimologia raccontano la Storia, soprattutto di fronte ai traumi dell’umano; chi cerca la giusta narrazione del passato e del proprio presente e indaga le verità lo sa bene (basti pensare, in riferimento alla più grande piaga mondiale della prima metà del Novecento, alle digressioni linguistiche di Primo Levi o a volumi oramai imprescindibili come il testo di Klemperer LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo). Occorrerebbe soltanto mettersi maggiormente in ascolto o documentarsi.
Le parole che l’esperienza migrante ha prodotto e continua a produrre lungo le tratte terrestri e marittime delineano una narrazione che siamo tutti chiamati a conoscere. Lingua per necessità mista e multipla, lingua-confine e lingua-miscela, è composta da termini in codice che si portano dentro, con tutto il peso di una sintassi fatta di carne, insieme speranze e paure, orrori e desideri. Il potere che erige muri fra le onde spesso si appropria di questi termini, ce li propina sottoforma di notizie e statistiche, imprimendo anche al nostro modo di esprimerci un’interpretazione errata, un abuso prepotente che tenta di zittire la realtà dell’esperienza vissuta. Le pagine del Controdizionario del confine ci aiutano pertanto a ritrovare il giusto posizionamento di quello che è il vocabolario più urgente della nostra contemporaneità, dimostrandoci, fra definizioni ed esempi presi sul campo, quanto sia possibile ricostruire il vissuto delle tratte migratorie semplicemente inoltrandosi nei lemmi utilizzati da chi le attraversa.
Se termini quali boza, cokseur, fakop, skadra o tobà risultano del tutto nuovi alle nostre orecchie, ed è quindi fondamentale conoscerli e immergersi nella loro definizione, il Controdizionario del confine illumina anche le storpiature del nostro stesso linguaggio, i limiti sanguinolenti del nostro esprimerci. Un esempio:
Migrante/immigrato è ormai una parola abusata nel linguaggio mainstream – sia quello accademico sia quello comune – ed è carica di controindicazioni: pietrifica una condizione, la rende eredità, attraverso un participio passato, o inchioda in un presente continuo che non lascia scampo al cambiamento, a risoggettivarsi sotto un’altra luce che non sia quella del movimento passato o del movimento perpetuo.
Costituiscono allora un importantissimo slittamento di visione le pagine dedicate ai termini aventure e aventurier:
Con questo termine si allude a un campo di situazioni e significati che eccede il movimento in sé e mette in rilievo la dimensione del rischio, la sua assunzione volontaria, l’investimento personale, la gioia della scoperta e la trasformazione dello sguardo attraverso il viaggio e gli incontri, la costruzione di un sapere utile a distreggiarsi, l’aleatorietà e imprevedibilità delle situazioni. La parola aventure restituisce quindi […] l’idea del movimento nello spazio come principale dinamica della mobilità esistenziale e sociale, principale concreto strumento di sottrazione all’inedia e allo sfruttamento, dimensione necessaria alla sopravvivenza ancor prima psichica e culturale che materiale per chi nasce e cresce in contesti dove la precarietà è tanta e il contesto aleatorio.
Nell’instabilità del violento e sofferto tragitto, fra la nostalgia e la speranza, fra la salvezza e la detenzione, anche le parole rischiano di ruotare di centottanta gradi, rivestendosi di una duplice veste. Come il pharmakon greco, insieme veleno e antidoto, scopriamo una doppia accezione nel lemma di bouteille (bottiglia), che designa i passeggeri delle imbarcazioni:
Il termine simbolizza un corpo galleggiante, capace di prendere il mare senza affondare, ma designa anche il vettore potenziale di un messaggio di speranza o di un Sos: nonostante le intemperie, prima o poi, le bottiglie arriveranno su una qualche costa e quanto contengono verrà raccolto da sconosciuti, come una testimonianza che unisce e viaggia fra le diverse sponde del Mediterraneo. […] Al tempo stesso, dal lato degli organizzatori dei viaggi, questa stessa parola riduce l’aventurier a un oggetto, a un corpo passivo che viene spostato in cambio di una tariffa, togliendo così soggettività ai protagonisti del viaggio.
Etimologia che si fa narrazione, filologia che diventa esperienza, vocabolario che diventa trattato di geopolitica, poetica del viaggio e della consapevolezza, lessicografia di sangue e anima, Controdizionario del confine è un’opera imprescindibile per il nostro presente; leggetelo e fatelo leggere, il più possibile.
- Autore: Equipaggio della Tanimar
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Controdizionario del confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo centrale
Lascia il tuo commento