La solitudine del maratoneta - Alan Sillitoe

di Alfonso Cernelli, scrittore - 11-05-2011 

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Questo romanzo breve, pubblicato nel 1959, è in realtà il monologo interiore di un giovane inglese che, detenuto in un riformatorio per aver commesso un furto, ogni mattina si allena per vincere una prestigiosa maratona, cui partecipano atleti provenienti da tutte le carceri minorili del Regno. Egli viene così a trovarsi in una condizione privilegiata, avendo la possibilità di uscire dalle mura dell’istituto ogni mattina per allenarsi e preparare la gara. Il direttore del riformatorio, confidando nella vittoria della maratona, crede in lui. Lo tratta come un cavallo di razza, gli prospetta una vita da libero ed onesto, gli promette che, una volta uscito, lo aiuterà a diventare un maratoneta professionista. Ma il giovane non cede a queste lusinghe: egli è convinto che il direttore agisca solo per un tornaconto personale, per dare lustro al suo istituto. Durante i suoi lunghi e solitari allenamenti il maratoneta ha modo di riflettere sulla sua condizione e di elaborare una propria visione del mondo. E così egli giunge ad una conclusione:

“io so una cosa che non sapevo prima: che c’è una guerra tra me e loro”

La guerra è quella che esiste tra società cosiddetta civile e coloro che cercano di violarne le regole. La prima, forte del suo potere e delle sue leggi, dei suoi giudici e dei suoi sbirri, reprime ed incarcera chiunque tenti di ribellarsi. E questo, per il giovane protagonista, è inconcepibile. Egli è convinto che non sarà mai in grado di assoggettarsi al sistema, perché portato istintivamente a combatterlo. Il giovane maratoneta comprende come la sua vittoria servirà solamente per dare lustro e fama all’istituzione che odia e che lo ha imprigionato. Capisce che, vincere quella corsa, vorrebbe dire dimostrare agli altri di essere stato sconfitto, domato, ammansito dall’istituzione, ridotto a strumento delle ambizioni del direttore. Egli non vuole essere riabilitato, non crede nel proprio recupero sociale, sa che rimarrà sempre un ribelle e che niente e nessuno potrà omologarlo. Così, proprio quando acquista la consapevolezza di essere solo un mezzo per la realizzazione di uno scopo che sente estraneo, decide di ribellarsi. E lo fa attraverso l’unico mezzo che ha a disposizione: proprio quando mancano poche centinaia di metri al traguardo, rallenta di proposito. Quindi si ferma del tutto, si fa raggiungere e superare. Un atleta di un altro penitenziario lo sorpassa e vince la gara. Il pubblico è allibito, il direttore del riformatorio e gli altri benpensanti in giacca e cravatta in tribuna lo guardano in cagnesco. Ma il giovane protagonista sa di aver vinto la sua personale battaglia.

Alan Sillitoe delinea con pochi tratti e con grande lucidità i personaggi di un’Inghilterra ribelle, povera, di coloro che sono le vittime di quel processo di industrializzazione a cui contribuiscono. Tutte le pagine odorano di fango e sudore, raccontano i dolori esistenziali della working class, il disadattamento sociale e la speranza di riscatto che non potrà mai avvenire all’interno o al servizio di quelle istituzioni contro le quali il protagonista lotta, non per perseguire un’ideale politico, ma solo perché freme di vita e di libertà.

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