La porta chiusa di Anne Holt

di Elisabetta Bolondi - 13-01-2010 

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Il grande mestiere e la fantasia senza limiti di Anne Holt le hanno permesso di costruire la trama di questo romanzo ai limiti dell’irrealtà: infatti la coppia di investigatori Johanne Vik e Ingvar Stubo, personaggi seriali notissimi agli ammiratori della Holt, sono messi quasi da parte per la eccezionalità degli eventi descritti: nella sua prima visita di stato in un paese straniero, la Norvegia appunto, la prima donna Presidente degli Stati Uniti d’America scompare dalla suite del sorvegliatissimo albergo che la ospita al centro di Oslo. Giunge immediatamente nella capitale norvegese Warren Scifford, collaboratore stretto di Madam President, un espertissimo agente dell’Fbi che però, in anni lontani, è stato al centro della vita di Johanne, mentre la giovane studentessa norvegese studiava criminologia negli Usa per divenire una profiler. Il plot del romanzo è abbastanza complesso, i personaggi si muovono tra Ryad, New-York, la Casa Bianca, le strade solitarie in mezzo ai fiordi norvegesi, in mezzo a scenari che prefigurano attentati apocalittici contro gli Stati Uniti che sembrano mettere a rischio la sopravvivenza mondiale: arabi, americani, terroristi, doppiogiochisti, agenti speciali, uomini corrotti, poliziotti burocrati, piccoli delinquenti, comparse senza nome fanno da sfondo alla storia che si svolge soprattutto intorno ai segreti di Helen Lardhal Bentley, giunta alla presidenza degli Usa contro ogni aspettativa, e ridotta dagli avvenimenti drammatici in cui è coinvolta a fare i conti con un sistema di potere che non concede attenuanti o sconti a nessuno, nemmeno al Commander in Chief della più grande potenza del mondo. Anne Holt ci fa riflettere sul rapporto tra donne e potere, tra donne, carriera e maternità con grande capacità di analisi psicologica dei traumi che vivono anche coloro che sono arrivati molto in alto ma alla fine sono costretti a fare i conti con la normalità degli affetti e dei sentimenti ancestrali comuni agli umani, a qualunque etnia o gruppo di potere appartengano. La critica che l’autrice rivolge ai servizi segreti statunitensi, pronti ad inventare realtà parallele per tenere a bada un’opinione pubblica ipnotizzata dal consumismo e dal potere assoluto dei media è radicale e senza appello: gli Stati Uniti e il loro establishment vengono presentati come arroganti, incapaci di fronteggiare i pericoli che minacciano costantemente il loro territorio e lo stesso Presidente. Un romanzo che fa riflettere sulle conseguenze che l’11 settembre ha prodotto sulla più grande democrazia del mondo, da cui un piccolo stato europeo, la Norvegia, sembra uscire indenne.

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