Io non ho paura - Niccolò Ammaniti

di Nicoletta Stecconi - 23-12-2010 

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Estate 1978. Afa, campi di grano e colline arse dal sole sono il contorno di un piccolo paese del sud. Poche case, pochi abitanti, famiglie che vivono di poco, lavorando duro e sognando una vita migliore, magari al nord. Michele Amitrano ha dieci anni e corre con la sua bicicletta. ‘La scassona’ la chiama. I bambini sono tanti, sporchi, sudati e giocano tutto il tempo correndo per i campi in un’epoca in cui i giochi erano quelli all’aria aperta e tra figli e genitori c’era un muro di incomunicabilità quasi insormontabile. Proprio durante un’escursione con la scassona ed i suoi amici Michele scopre un segreto, un segreto terribile: un bambino tenuto prigioniero in un buco. L’uomo nero esiste nelle favole che gli hanno raccontato a scuola e negli ammonimenti degli adulti, ma Michele scoprirà che questo esiste anche nella realtà e sembra proprio corrispondere a suo padre. Infatti, nonostante questi sia un buon padre e lui e la sua sorellina gli siano molto affezionati, Michele si troverà a scoprire che la sua famiglia insieme ad altre famiglie del paese hanno organizzato un rapimento. La vittima del rapimento è Filippo, un bambino della sua stessa età appartenente però – per sua disgrazia – ad una famiglia ricca, alla quale è stato sottratto per ottenere denaro, un riscatto che rappresenta metaforicamente l’unico riscatto sociale di quelle famiglie. Ma Michele affermerà più volte ‘io non ho paura’ e nel coraggio estremo e commovente che può avere un bambino, che per indole riconosce dove sta il giusto, aiuterà il suo nuovo amico mettendo in pericolo la sua stessa vita.

È un mondo così brutalmente realistico, quello che viene narrato da Ammaniti, da sembrare quasi surreale ai due bambini, entrambi vittime di un’umanità feroce. Le cronache italiane – soprattutto in quel periodo – erano piene di avvenimenti simili. Una sorta di lotta di classe perpetrata da chi soffriva della propria miseria ai danni di chi, a causa di una ricchezza ritenuta ingiusta, sembrava non far parte della stessa umanità. I due bambini, così diversi tra loro eppure così simili nella loro grandezza, sono l’urlo dell’innocenza e della giustizia che rompe il silenzio dell’omertà di un sistema radicalmente sbagliato che – per fortuna – si ritrova prima o poi a fare i conti con un valore altissimo: il senso dell’onestà insita dell’infanzia che altro non è che il senso innato del bene nel genere umano.

L’autore ha una grande capacità nel raccontare storie dal realismo estremo che appartengono a realtà borderline, con un impeto di verità che tocca le corde più profonde del lettore, ma possiede anche una spiccata capacità ad osservare, e perchè no contrastare, tale realtà attraverso gli occhi veri dell’infanzia. Occhi che non lasciano scampo ad alcun compromesso o pregiudizio di sorta, occhi innocenti che guardano ad un mondo adulto attraverso una fiducia incondizionata, occhi che sembrano redimere la natura feroce dell’essere umano.

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