"Il serpente piumato: viaggio nel Messico" di David H. Lawrence

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“E cielo chiaro, e un’immensa ombra azzurrastra sulla terra, pendii bruciati, cosparsi di misere stoppie di granoturco. E una hacienda sperduta, e un uomo a cavallo, ravvolto in una coperta, che conduceva una muta mandria, di mucche, pecore, tori, capre e agnelli, ondulante massa quasi spettrale nel mattino. Un interminabile canale fiancheggiava la ferrovia, coperto di lucide foglie verdi tra le quali spuntavano le teste violacee del lirio, il giacinto acquatico. Sorgeva il sole, rosso. E in un momento dilagò l’intenso oro abbagliante del mattino messicano.” (Il serpente piumato, p. 136 trad. it. Elio Vittorini, Mondadori).
Il viaggio in un Messico quasi irreale, una lunga notte trafitta dal silenzio e dai volti accesi degli indigeni. L’alba portata dalla misteriosa corrente di un fiume che sfocia nel lago sacro di Quezalcoatl. Divinità perdute rimaste a dormire nel folto dei canneti, abbandonate al solitario languore delle chiome dei salici. La pacata inquietudine del paesaggio, ombre e bellezza su una terra che sembra destarsi continuamente dentro un sogno. Il turbamento di una donna irlandese in fuga dall’Europa e da una cultura che a metà della sua vita sembra essersi dissolta, lasciandola a una deriva di solitudine e incertezze. Il cuore scuro degli indigeni, pulsante dal profondo come vento notturno che scuote gli alberi e le porte scardinate delle vecchie case. La caduta dei frutti di cuentas nel gravido silenzio irreale di orti abbandonati al sonno, scandisce il rito di una veglia panica e carnale, accompagnando “il ribollio della vasta, cava notte che si effonde” (p. 144). Il paesaggio greve e allo stesso tempo sfuggente del Messico diviene la metafora psicologica del suo popolo. La volontà suicidale e inesorabile del sangue indio, che sembra salire come un’onda potente su tutto ed evocare a sé il passato più primitivo e istintuale dell’uomo sulla terra, imprime al Messico un misticismo fisico che invade i sensi e forza inesorabilmente alla piena comunione carnale col mondo. I cargadores che scaricano lungo le rive del lago, i venditori ritrosi e taciti seduti sul lastricato della plaza, la spiaggia prigioniera della torpida immobile canicola, i bagliori del temporale che all’improvviso fotografano la spettralità di ogni cosa sono la natura e le persone del Messico trascinate al colmo del desiderio e della consunzione. Ma cova ancora un fuoco incorrotto in questo popolo indifferente alla meschinità dell’occidente. “Di dentro dall’impetuoso sole guardavano gli occhi bui di un sole più profondo, e un possente cuore batteva entro le costole azzurre delle montagne, il cuore segreto della terra” (p. 163). La fiera densità dei sensi che appartiene ai nativi risveglia una voluttà primordiale. L’acqua del maguey, l’agave, la linfa della terra che scorre dappertutto come il succo della femminilità. Così la protagonista lentamente si abbandona al legame viscerale del Messico e dei suoi dei, il cui volto profondamente terreno la spinge a una nuova coscienza, una contemplazione della sua personalità femminile che va oltre l’estasi e l’appagamento sessuale. La faticosa rinuncia alla fede nell’individualità divinizzata degli occidentali le permette di scoprire una nuova più profonda forma d’amore, e dunque di sessualità, che consiste nel darsi senza possesso e nel limitare fortemente la propria volontà. Il progresso occidentale ha spogliato il Messico delle sue risorse materiali e umane. Si tratta di tornare a un sentire innocente, senza astrazioni, di tornare alla terra in cui sono conservate le vere origini, la vera essenza di ognuno. Questo romanzo è anche un documento antropologico e una articolata riflessione sulla religione come elemento che costituisce l’ossatura cosciente di un popolo, purché i suoi miti e simboli attingano direttamente alla tradizione storica di quel popolo e come tali siano sentiti. L’autore ci fa inoltrare in un percorso le cui tappe portano a una nuova sensuale fioritura della vita, la rinascita di una grazia selvatica che permette di recuperare un legame più intimo e autentico col mondo. Il Messico dipinto da Lawrence è il ritratto di un luogo immobile nella superficie ma dove tutto ribolle in profondità in una sorta di paganesimo del sangue. Uno scrittore e un viaggiatore visionario amato dai poeti americani e letto con particolare devozione dalla beat generation.
Recensione a cura di

La Feltrinelli
Webster
BOL




