4 chiacchiere (contate) con...Alessandro Baronciani

Pubblicato il 24-09-2011 da Matteo Grimaldi, scrittore     

Alessandro Baronciani nasce nel 1976. Ha iniziato a farsi conoscere autoproducendo albetti fotocopiati che spediva tramite posta alle persone che si abbonavano, fino a raggiungere un pubblico sempre più vasto. Un esperimento diventato un piccolo caso editoriale nel mondo del fumetto e un traguardo straordinario per un’esperienza di auto-produzione. Queste storie sono state poi raccolte nel volume ‘Una storia a fumetti’ pubblicato nel 2006 da Black Velvet Editrice. Per la stessa casa editrice pubblica il romanzo a fumetti ‘Quando tutto diventò blu’ e ‘Le ragazze nello studio di Munari’. Ha pubblicato illustrazioni in numerose riviste e lavora come grafico per le case discografiche firmando le copertine di gruppi e cantautori come Bugo, Perturbazione, Tre Allegri Ragazzi Morti e Baustelle. Tiene una rubrica a fumetti sulla storia della musica su Rumore magazine. Nel 2010 per Rizzoli esce ‘Mi ricci – l’amore ai tempi del T9’, la storia di un amore giovanile, quando il T9 ci mette lo zampino.

Alessandro, ti do il benvenuto a quella che non sarà la solita intervista chilometrica, ma solo 4 chiacchiere contate.

- Prima chiacchiera: È vero che hai iniziato facendoti raccontare storie che poi disegnavi e raccoglievi in una rivista solo per gli abbonati, che in poco tempo ha raccolto più di 500 adesioni? Qual è al momento l’opera o l’esperienza lavorativa di cui vai più fiero? E l’incontro che ti ha segnato?

Mica tanto in poco tempo. Ci sono voluti quasi quattro anni. Le autoproduzioni e in generale questi lavori funzionano soltanto se sei costante nel tempo. Ogni tanto presentare qualcosa di nuovo, o un nuovo capitolo della tua storia. Così crei un legame forte con i tuoi lettori. Ti senti meno stupido quando disegni, perché sai che qualcuno sta aspettando quello che fai, o meglio ha già pagato per averlo. Sono molto fiero di tutte le esperienze lavorative che ho fatto. Ho iniziato a lavorare in un’agenzia pubblicitaria dove ho imparato l’importanza di lavorare in gruppo. Si impara osservando e anche ascoltando gli altri. Scritto così però sembra una di quelle frasi a effetto che poi non vogliono dire niente. Insomma non è che ascoltando il tipo che passa sotto casa si impara qualcosa, magari non gli interessa neanche quello che gli stai chiedendo, però in un gruppo di persone che lavorano con te e che mettono tutto quello che sanno vengono fuori degli ottimi lavori. Non so dire quale è stato l’incontro che mi ha segnato di più. Il primo forse è stata la mia maestra delle elementari che mi consigliò la Scuola del Libro di Urbino e poi i miei insegnanti della Scuola del Libro: Michele Tranquillini, bravissimo illustratore, che mi ha portato a Milano con uno stage per diventare visualizer e mi ha fatto capire come entrare nel mondo della pubblicità e della illustrazione; Davide Toffolo, grande disegnatore, musicista, fumettista e amico con cui ho vissuto parecchi anni nel mio appartamento a Milano dove è passata, più o meno a dormire e far colazione, quasi tutta la scena musicale indipendente italiana. Ospitavamo tutti i gruppi che suonavano in città o che avevano un day-off tra un concerto e l’altro. Per un periodo abbiamo chiesto a tutti di lasciare una firma sul muro, poi però alla mattina mi svegliavo con l’impressione di vivere in uno squat e abbiamo tinteggiato.

- Seconda chiacchiera: Spieghi a un non addetto ai lavori le differenze fra il fumetto classico e la graphic novel? Cosa spinge secondo te anche autori di bestseller a sperimentarsi in un ambito che a prima vista sembrerebbe avere poco a che fare con la letteratura pura?

Non so cosa spinga autori di bestseller a sperimentarsi in un ambito a prima vista che non sembra letteratura pura, forse il mercato. O forse perché il mondo sta per essere divorato dalle immagini e quindi anche i libri si stanno adeguando. Il fumetto classico, come probabilmente intendi tu, è quello che si trova in edicola e ha sempre come personaggio principale un eroe o un supereroe e di solito a un disegnatore viene associato un sceneggiatore che scrive la storia. Per anni il fumetto, più o meno, è stato considerato in questa accezione. In realtà il fumetto è un medium caustico e sempre originale che permette di raccontare in modo diverso e sempre nuovo il fantastico o il reale. Maus di Art Spiegelman spiega meglio di altri cosa intendo per fumetto. Il libro racconta le vicende di un ebreo rinchiuso nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale in modo inedito e graficamente mai vista prima: gli ebrei sono topi, i gatti sono tedeschi, gli americani sono cani. Oppure Pyongyang di Guy Delisle, dove disegna la sua esperienza lavorativa come art director di cartoni animati che per lavoro è costretto ad andare in Corea del Nord dove sappiamo esiste un regime fanta-comunista. Un disegnatore non ha bisogno di fare fotografie di un luogo: si ricorda quello che ha visto e disegna quello che si ricorda. Quindi Delisle invece di fotografare una stazione del treno di Pyongyang – cosa per cui si potrebbe rischiare giorni di galera – una volta tornato in patria racconta e denuncia in maniera ironica e divertita quello che ha visto. Memorabile nel libro è la scena del ponte arrugginito che viene continuamente verniciato dai volontari del popolo per evitare il peggio. I fumettisti sono dei nuovi narratori. Registrano e illustrano quello che vedono e lo fanno sempre meglio. Penso all’ultimo libro di Igort sul viaggio in Ucraina, oppure ai manga di Taniguchi, alle storie del gatto del rabbino di Sfar, alla comicità di Tuono Pettinato su Garibaldi, o alla rivisitazione del genere thriller-horror nel primo libro di Ratigher. È un mondo in espansione e lentamente le grandi case editrici se ne stanno accorgendo. Sul termine graphic novel, secondo me è andata così: un giorno dovevano mettere un nome in alto nello scaffale dedicato ai nuovi fumetti nelle librerie e hanno trovato quello. Il nome viene da una risposta che diede Will Eisner quando gli domandarono che cosa esattamente stesse disegnando. Novel in America è la parola che viene messa insieme al titolo e al nome dell’autore nella copertina dei libri. In Italia ci scriviamo “romanzo” loro ci mettono “novel”. Graphic sta per disegno o illustrato. Quindi romanzo grafico o illustrato. Che però in italiano un libro grafico non vuol dire niente mentre un romanzo illustrato ricorda troppo un libro per ragazzi e quindi l’hanno lasciato in inglese. Un po’ come negli anni ottanta quando si voleva far credere di pubblicizzare qualcosa di nuovo e lo battezzavano in inglese per creare più effetto.

- Terza chiacchiera: Tu nasci come fumettista, lavori come illustratore per le case editrici e discografiche. Com’è stato il passaggio da fumettista ad autore del libro ‘Mi ricci’ e come ti è venuta l’idea? Il T9 ha tradito anche te?

Mi piacerebbe diventasse una professione fare il fumettista, ma per adesso lo faccio soltanto ad agosto o nei viaggi in treno tra Pesaro e Milano. Mi piacciono molto i fumetti e si può dire che li leggo da quando ancora non sapevo leggere. Ho imparato a leggere con i fumetti. Prima i baloon con poche parole e poi quelli con più righe. Hai presente Asterix? L’avrò letto centinaia di volte. All’inizio guardavo soltanto le figure, impazzivo per le espressioni e le sberle ai romani. Poi un po’ alla volta, con gli anni ho scoperto tutto il resto. Anche oggi se lo prendo in mano scopro sempre qualcosa di nuovo. Le ricostruzione storiche di monumenti e strade o tipo... hai mai provato a leggere Asterix guardando soltanto cosa fa Idefix? Mi ricci! era un’idea che avevo avuto un po’ di tempo fa. Una serie di errori che avevo notato mandando via sms e che mi ero appuntato sul blocco da disegno. Volevo scrivere e disegnare un libro per ragazzi, di solito mi capita soltanto di illustrare. Per scriverlo ci ho messo tanto e devo dire grazie a Beatrice Masini che mi ha sostenuto e appoggiato per tutto il tempo necessario a finirlo. L’idea alla base di Mi ricci! oltre al T9 era un libro illustrato tipo prescolare, come quelli che si regalano ai bambini, ma indirizzato a ragazzi delle medie. Quindi illustrazioni sparse tra le pagine e in animazione. E una cosa a cui tenevo, sai come succede: all’inizio ti regalano libri bellissimi colorati e con tante illustrazioni e poi crescendo le illustrazioni diventano sempre meno fino a scomparire. Sai com’è, la mia generazione è cresciuta a 32esimi con quella tavola illustrata a colori tipo delle collane Mursia dopo 64 faticosissime pagine.

- Quarta chiacchiera: Mi ha colpito una tua dichiarazione. “A scuola ero una capra in Italiano col 4 fisso”. Non è usuale (per fortuna) sentire esternazioni di questo tipo venir fuori dalla bocca di uno scrittore. Ti offro la possibilità di spiegarti prima che un’orda di aspiranti autori si metta d’accordo per organizzare una protesta, armati di pomodori e uova marce.

Perché dovrebbero protestare?

Questa era l’ultima chiacchiera: non mi resta che salutarti e ringraziarti per aver accettato il mio invito. Se vuoi lasciare un messaggio al mondo intero, qui puoi farlo.

Grazie a te e leggete fumetti, sempre. Perché la cosa più bella di leggere i fumetti è rileggerli tante volte.

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