Anche se utilizzata spesso è bene un veloce ripasso: vediamo di seguito cos’è e cosa significa archetipo, una delle parole che troviamo nel vocabolario della lingua italiana ma che ha origini non recenti.
Si tratta, infatti, di una parola che deriva dal greco antico e che ancora oggi continua ad essere usata: la troviamo in forma scritta o parlata e nonostante il suo uso non sia così infrequente non tutti ne conoscono il "dietro le quinte".
Facciamo quindi chiarezza e partiamo dalle origini per delineare e spiegare cos’è un archetipo, cosa significa e quando si utilizza questa parola.
Cos’è un archetipo? Significato e quando si usa
Per capire cos’è un archetipo e quando utilizzare questa parola ricorriamo al suo significato letterale, ovvero alla traduzione della parola originale che come abbiamo già detto deriva dalla lingua greca.
All’orgine di archetipo vi è infatti la parola ὰρχέτυπος composta da arché che significa "originale" e tipos, con il quale ci si riferisce a "modello", "marchio", "esemplare".
In questo caso il tutto rientra in una macrocategoria di significato: quella di immagine. Vi sono però altre teorie sull’orgine di archetipo e la sua derivazione: qualcuno afferma che potrebbe avere origine da άρχή ma veicolare il significato di "principio" o "inizio".
Sicuramente quest’ultimo è forse quello più vicino all’utilizzo attuale del termine: archetipo, infatti, viene spesso utilizzato per indicare soprattutto in ambito filosofico qualcosa che precede il pensiero stesso, mentre in psicologia si usa per richiamare il concetto di idea innata in riferimento all’inconscio umano.
I contesti d’uso così possono essere molteplici ma nonostante questo il significato di fondo, simbolico o letterale che sia, rimane lo stesso: la parola archetipo è utilizzata per indicare qualcosa che precede, ovvero per delinare ciò che è presistente ad una tale realtà.
Cosa sono gli archetipi per Carl Gustav Jung
di Simone Casavecchia
In psicologia il termine archetipo acquista una rilevanza particolare nella teoria di Carl Gustav Jung (Kesswil, 26 luglio 1875 – Küsnacht, 6 giugno 1961), psichiatra svizzero che, formatosi sulle opere di Freud, ben presto se ne distanziò per formulare una propria originale teoria dell’inconscio.
Il punto di partenza della riflessione di Jung è il concetto di libido che, a differenza di Freud, è da intendersi non solo come pulsione sessuale ma come pulsione alla vita, una spinta dinamica, una forza energetica che ci spinge ad espanderci, a migliorare, a creare, a evolvere. Per Jung la libido non si esplica nella sola attività sessuale ma anche nel lavoro, in tutto ciò che facciamo, nelle attività creative.
Diversamente da Freud, per Jung questa libido non ha nulla di problematico, è una tensione vitale che contraddistingue tanto l’individuo che la specie umana, anzi la nevrosi sorge proprio quando non riusciamo a manifestare adeguatamente questa libido, quando non la accettiamo e quindi non siamo capaci di dare libero sfogo a questa energia pulsionale nell’ambiente che ci circonda.
Nella sua indagine delle nevrosi, svolta mediante test di carattere associativo, Jung ridefinisce anche la psiche e la sua topologia. Accanto alla coscienza, in ogni individuo ci sarebbe un inconscio personale dove trovano posto i complessi ossia dei
“gruppi di contenuti psichici che, svincolatisi dalla coscienza, passano nell’inconscio, dove continuano una esistenza relativamente autonoma influendo sulla condotta”.
Più precisamente, i complessi, che possono influire sia positivamente che negativamente sul comportamento individuale, possono essere intesi come dei nuclei connotati da una tonalità affettiva e archetipica. Per comprendere immaginiamo due cerchi concentrici, nel cerchio più interno, quello di dimensioni più ridotte, troverebbero posto emozioni molto elementari come la paura, la gioia o la rabbia. Attorno a questo nucleo centrale del complesso si collocherebbero emozioni più complesse, pensieri, sentimenti che danno poi origine ai nostri atteggiamenti.
Non solo, il nucleo più profondo del complesso, quello dove trovano posto le emozioni più elementari e più istintuali, sarebbe collegato a degli archetipi. Jung colloca questi ultimi in un’altra parte della psiche, nell’inconscio collettivo, un sostrato psichico identico in tutti gli uomini, ereditario, super personale perché trascende la nostra individualità.
Cerchiamo di chiarire, con le parole dello stesso Jung, il rapporto tra inconscio individuale, fatto essenzialmente di complessi, e inconscio collettivo, dove trovano posto gli archetipi:
“Gli istinti formano delle analogie molto vicine agli archetipi. Così vicine che c’è motivo di supporre che gli archetipi siano le immagini inconsce degli istinti stessi; in altre parole, essi sono schemi di comportamento istintivo”
Il nucleo centrale e istintuale dei complessi presenti in ciascuno di noi, a livello individuale, dunque, ha un legame con gli archetipi che Jung intende come schemi di reazioni istintive, reazioni psichiche obbligate che sono comuni a tutti gli uomini; sono figure latenti, eredità ancestrali, che riposano nella parte più profonda di noi, indipendentemente dal momento storico o dal luogo geografico nel quale un uomo vive.
Facciamo qualche esempio di archetipo junghiano, per comprendere meglio: persona e ombra, ossia la parte di noi che mostriamo pubblicamente, in società e la parte della nostra interiorità di cui ci vergogniamo, che vogliamo nascondere; puer e senex , il fanciullo che è in noi, la nostra parte più giocosa e spensierata, e il vecchio, il nostro lato più composto e serioso; animus e anima , il nostro versante maschile, più spiccio e rude, e il nostro versante femminile, più dolce e accogliente.
Gli archetipi di Jung nei miti, nelle leggende e nelle favole
Proprio perché appartengono a un inconscio collettivo gli archetipi, a ben guardare, si ritrovano e sono comuni a tante manifestazioni culturali dell’umanità di ogni tempo e di ogni luogo. Per Jung gli archetipi si ritroverebbero non solo nei sogni i cui simboli non rimandano a un inconscio individuale ma, appunto, agli elementi che compongono l’inconscio collettivo, ma anche nei miti, nelle leggende, nelle favole. Poco importa, poi, che si tratti di miti greci o di saghe norrene, delle favole di Esopo o delle narrazioni eschimesi.
Inoltre gli archetipi, per Jung, giocano un ruolo fondamentale anche nelle arti e nella comunicazione. Quando un film o un’altra opera d’arte ci colpiscono e riescono a smuovere i nostri sentimenti è perché sono stati in grado di esprimere un elemento (uno o più archetipi, appunto) costitutivo di quell’inconscio collettivo che è comune a tutti, è perché sono riusciti a mostrare, quelle dinamiche istintuali e profonde che influiscono sul comportamento dell’intero genere umano. Stesso discorso vale per la pubblicità, gli archetipi di Jung sono ancora oggi studiati nel marketing, per strutturare campagne e spot che riescano a toccare nel vivo un potenziale cliente, con poche battute o sequenze di immagini.
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Archetipo: cos’è e cosa significa
Naviga per parole chiave
Approfondimenti su libri... e non solo Significato di parole, proverbi e modi di dire Psicologia Filosofia e Sociologia Carl Gustav Jung
Lascia il tuo commento