Sorella - Rosamund Lupton

Ho desiderato leggere “Sorella” di Rosamund Lupton, edito da Giano, fin dalla prima volta che l’ho visto in libreria. Sarà la copertina, semplice e malinconica, sarà la trama – estremamente accattivante, così dissimile da quelle dei thriller cui siamo abituati – oppure il nome della casa editrice, Giano appunto, da sempre sinonimo di qualità. E questo romanzo non delude affatto le aspettative: pervaso dalla prima all’ultima pagina da una sottile inquietudine che la Lupton riesce a trasmettere magistralmente al lettore, “Sorella” si snoda malinconico e ambiguo fino ai colpi di scena finali, tristi e imprevedibili.
Proprio la tristezza costituisce il leitmotiv di un romanzo che come pochi riesce a trascinare il lettore in una dimensione diversa, quella della protagonista, il cui vissuto riesce a raggiungere empaticamente chi legge, che non tarda a condividerne le emozioni, la paura, il bisogno di conoscere la verità. Scritto molto bene, con uno stile lieve ed emozionante, “Sorella” è uno di quei romanzi in cui la scrittura passa quasi in secondo piano: a farla da padrone sono i sentimenti, soprattutto l’amore di Tess per il figlioletto e il rapporto speciale tra le due sorelle, Beatrice, la maggiore, seria e concreta, e Tess, giovane, appassionata e impulsiva. Nonostante quest’ultima non compaia mai direttamente nella narrazione – il romanzo comincia infatti con la sua scomparsa, seguita a ruota dalla scoperta della morte – è come se fosse perennemente presente, viva, co-protagonista da conoscere e amare; conosciamo Tess attraverso le parole di Beatrice, parole che trasudano amore, rimpianto e solitudine. Tess è un fantasma che aleggia sul racconto a ritroso di Bea, attraverso il quale impariamo ad amare la ragazza come se fosse anche nostra sorella, e forse è proprio per questo che non tardiamo a condividere il dolore per la sua morte.
Nella seconda metà del romanzo, alla malinconia si aggiunge l’inquietudine: man mano che Beatrice prosegue a indagare le misteriose circostanze della morte di Tess – che la polizia ha frettolosamente bollato come suicidio provocato da un’acuta psicosi post-parto – il lettore si convince sempre più che non si tratta di suicidio ma di omicidio, un assassinio premeditato, volutamente mascherato da suicidio, perpetrato da una delle tante figure maschili che ruotavano intorno a Tess e ora intorno a Beatrice. Quest’ultima deve lottare anche con lo scetticismo della polizia, che la crede pazza, e contro il proprio carattere ombroso, così diverso da quello della solare e benvoluta Tess.
La Lupton ci consegna il ritratto di una vicenda torbida e assurda, che però potrebbe benissimo essere reale, causata dall’eccessiva ambizione umana, dalla brama di superare i confini del possibile, dell’eticamente accettabile. In una Londra innevata e silenziosa, Beatrice vive una tragedia tutta personale che coinvolge passato e presente, ipotecando il suo futuro. La sua storia ci fa comprendere come sia possibile amare profondamente e al tempo stesso ferire chi ci sta più a cuore, desiderare il bene di qualcuno ma non riuscire a stargli vicino, oscillando costantemente tra rimpianto e sensi di colpa, amore e dolore. La lezione più grande, tuttavia, è quella antica del perdono: solo perdonando gli errori, quelli nostri e quelli altrui, si mettono le basi di un futuro, se non felice, quantomeno sereno.

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