Ricucire la vita - Ugo Riccarelli

di Mario Bonanno - 29-10-2011 

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“Sarò sincerò: io questo libro non l’avrei mai scritto. Voglio dire che, se non fossero intervenute conside­razioni, fatti, circostanze, persone e quanto di altro tenterò di spiegare in questa specie di proemio, non mi sarei messo a scrivere attorno a un argomento al quale ho dedicato il primo libro che ho pubblicato”

Cosa significa vivere l’esperienza del trapianto d’organi? E prima ancora: cosa significa vivere l’attesa di un trapianto? Una condizione in bilico, rappresa, sospesa tra la vita e la morte: propria e altrui. Uno stato psicologico difficile, come quelli che chiamano in causa l’etica, la scelta, il dolore. Lo scrittore Ugo Riccarelli (vincitore dello Strega nel 2004 con “Il dolore perfetto”) ha subito/vissuto/sperimentato sulla propria pelle un trapianto (cuore e polmoni) e non aveva in programma di tornare sull’argomento (già trattato nel suo "Le scarpe appese al cuore"), di rimestare ancora tra le pieghe di quel vissuto-limite. A fargli cambiare idea è stata la “scoperta” dell’ISMETT di Palermo, un centro di eccellenza nel cuore desertico della sanità siciliana. In un tempo assediato da cattive - se non terribili - notizie, farsi portavoce di una vicenda umana - di salute/malattia, di forza d’animo/disperazione, di gioia/dolore insieme - può servire a schiudere le porte alla speranza, e Riccarelli si merita un bravo anche per questo.

Il suo “Ricucire la vita” (Piemme, 2011) è un reportage in prima persona sulla condizione di trapiantato. Un percorso psicologico tra le pieghe - razionali e irrazionali - di quel limbo sdrucciolo posto tra infermità e guarigione. Le pagine di questo libro (molto di più che il consueto libro-documento: si sente che è redatto da uno scrittore professionista) ripercorrono scampoli di vite appese a un filo, vicende qualunque, umanissime, incrociate sulla strada del trapianto. Un confluire di storie vere nella storia di Riccarelli stesso, in un interscambio di sofferenza, speranza, allegria, fortuna, sfortuna, voglia di vivere. In altri termini: l’humus autentico di cui si compone l’esistenza delle persone. “Ricucire la vita” è, poi, anche un pretesto per agire sul grado di consapevolezza del lettore: un trapianto non è mai merito esclusivo del lavoro di un chirurgo, piuttosto una storia articolata, alla quale concorrono una serie di variabili - legate a caso, opportunità, organizzazione -, della quali l’operazione chirurgica è solo l’atto conclusivo. Di questo - e tanto altro, a sapervi scrutare tra le righe - si compone “Ricucire la vita”, libro di eroi di tutti i giorni (medici, pazienti, familiari) e dunque di epica comune: quella che passa dai calendari, dalla fatica, dai sogni, dal rimorso, dalla paura: quella capace di interpretare e restituire il senso ultimo - e più vero - dell’esistere.

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