Non ti addormentare - S. J. Watson

di Mario Bonanno - 20-01-2012 

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Stanchi di intrecci misterici, gialli scandinavi, killer seriali, detective autoctoni? Se la risposta è sì, non avete che da divorarvi d’un fiato “Non ti addormentare” dell’inglese S.J. Watson (Piemme, 2012), labirintico “thriller dell’anima” tanto sui generis quanto ammaliante.

Il libro è confezionato ad hoc attorno a bau bau intra ed extra psichici che tolgono il sonno solo a pensarci: cosa si prova a vivere da amnesici? A svegliarsi privi di storia personale e dei ricordi che la definiscono per antonomasia? È l’incubo senza apparente via d’uscita in cui è precipitata Christine dopo un grave incidente: il suo serbatoio mnemonico si azzera ogni notte, durante il sonno, riconsegnandola al mattino estranea a se stessa, priva di ogni legame col passato. A rendere ulteriormente straniante la sua condizione, il fatto che il principale trait-d’union coi ricordi sia Ben, un marito che forse la sa lunga ma non la racconta tutta e nel modo più giusto.

Sul resto del plot sarà bene fermarsi per non comprometterne la suspense e perché credo di aver reso l’idea: siamo dalle parti dell’Hitchcock più claustrofobico e disturbante (nel regista la precarietà esistenziale derivante dall’invalidità fisica - la cecità, la carrozzina -; in Watson quella mutuata dal disagio mentale). Vi basti ancora sapere che la narrazione è strutturata, minuziosa, in bilico costante sulle crasi (follia/sanità, ricordo/dimenticanza, menzogna/verità, detto/non detto), rimando a un’oggettività a sua volta sfrangiata, sfuggente, in cui niente è ciò che sembra, nella quale proiezioni interiori e dati fenomenici si frantumano e ri-compattano di continuo, di pari passo con il perdersi e il ritrovarsi della memoria della protagonista.

S.J. Watson è qui al suo primo libro, ma maneggia la trama da scrittore di tempra comprovata, reggendo le file di un gioco ad incastri in cui - data la complessità - era facile smarrirsi. La sua scrittura procede col passo lento e poderoso dell’elefante, senza frenesie da pop-corn movie né facili colpi bassi; incede per flash back, per lampi di memoria, fino al climax mozzafiato, chiave di volta di un’indagine (interiore) che rende credibili vicenda e psicologie. Un ulteriore merito va attribuito a Watson: la capacità di restituire senza prurigini gli scampoli di un “sentire femminile” strumentalizzato spesso in chiave edulcorata e/o sessista da certa (pseudo)narrativa rosa-horror. Christine ci viene restituita in piano ravvicinato, con una verosimiglianza che coinvolge e appassiona al tempo stesso. Anche per ciò “Non ti addormentare” è il romanzo ideale per digerire l’inflazione e riappacificarsi finalmente col genere thriller.

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