Misia - Misia Sert

Recensione di - 28-11-2012
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Misia - Misia Sert

La donna più ritratta del secolo, se non di ogni tempo” ispiratrice di pittori, musicisti e scrittori, “eminente operatore artistico” non creò mai nulla di suo, però possedeva una qualità straordinaria: fiutava il talento degli artisti e ne intuiva la forza creativa. È Misia Sert, “una delle muse più feconde dei tempi moderni, e anche una delle più inafferrabili” come la definisce Claude Arnaud nel saggio Misia, la Fata Verde presente nel memoir redatto negli ultimi anni di vita di Misia e pubblicato postumo nel 1952 dall’Editions Gallimard.

Adelphi riedita (una prima edizione era apparsa nel 1981) l’autobiografia di Misia Sert, corredata da un ricco apparato iconografico di una figura straordinaria per temperamento e acume, dopo il grande successo ottenuto a Parigi presso il Musée d’Orsay dell’esposizione Misia, reine de Paris, da poco terminata. “Il dramma fu il suo elemento, la sua forma segreta di creatività” ed è la stessa Misia dalle “guance rotonde, rosse e paffute” a confermarlo:

“il dramma della mia nascita doveva segnare profondamente il mio destino”.


Figlia d’arte nata nel 1872 a Pietroburgo da Cyprian Godebska scultore e da Sophie, una tragedia aveva segnato la nascita della piccola Marie Sophie Olga Zenaide: la madre Sophie era morta subito dopo il parto, sconvolta dalla scoperta del tradimento del marito. Misia era cresciuta nella grande villa all’italiana dei nonni materni a Halle nei dintorni di Bruxelles, in una casa sempre invasa da artisti, dove la musica risuonava ovunque, eccellente pianista la stessa Misia che aveva avuto come insegnante Gabriel Fauré. A 15 anni la futura musa della Belle Epoque aveva sposato un lontano cugino Thadée Natanson, fondatore nel 1891 insieme al fratello Alexandre della Revue Blanche rivista d’avanguardia che si occupava di letteratura e arte. In tal modo a soli 16 anni “mi ritrovai circondata da Stephane Mallarmé, Paul Valéry, Toulouse – Lautrec, Vuillard, Bonnard, Colette, Debussy...”. Un elenco sterminato che avrebbe fatto della giovane la Ninfa Egeria dell’arte, perché “sono sempre stata convinta che gli artisti avessero sempre avuto più bisogno d’amore che di rispetto”.

Oggi moltissimi musei espongono le opere di coloro che sono stati amici di Misia “la magnetica”, come Félix Vallotton, che la dipinge illuminandola di una luce violenta, o come Renoir, che la ritrae sette, otto volte, l’ultima vestita di rosa. Solo il terzo marito, il pittore spagnolo José Maria Sert (sposato dopo la morte del secondo marito, il magnate dell’editoria Edwards), non le chiederà mai di posare per lui, però sarà questo l’unico matrimonio d’amore di Misia. Amica d’infanzia di André Gide, amica sodale e finanziatrice dei balletti russi dell’impresario Sergej Diaghilev “dominatore” e “mago”, scopritrice del tocco magico di Coco Chanel, la quale disse che Misia Sert era l’unica donna di genio che avesse mai incontrato.

Testimone di nozze e madrina del primo figlio dell’amico Pablo (Picasso), Misia non possedeva un temperamento docile e, infatti, Proust pensò a lei per delineare il personaggio dell’ambiziosa Madame Verdurin de La Recherche du temps perdu. Non sorprende quindi il pensiero di Misia quando precisa:

“Ho sempre pensato che un grande destino comporti enormi doveri”.


Nel suo autoritratto biografico, il lettore trova un affascinante racconto e lo splendido ritratto della copertina del volume Misia alla coiffeuse (1898) di Félix Vallotton ne è immortale testimonianza. La giovane donna “spensierata e trepidante”, la stessa che nella sua vita rimpiangeva solo di essere nata troppo tardi e non aver potuto posare per Manet che avrebbe fatto di lei “il ritratto assoluto”, è scomparsa a Parigi nel 1950.

“Non si rischia più molto a idolatrare gli artisti, da quando fanno parte del patrimonio pubblico. Io preferisco essere stata capace di amarli a modo mio, nella vita di tutti i giorni”.

© Riproduzione riservata

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