Mia madre è un fiume - Donatella Di Pietrantonio

di Elisabetta Bolondi - 08-02-2011 

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Che piacevole sorpresa il romanzo d’esordio di Donatella Di Pietrantonio. Un amarcord tra madre e figlia, tra una famiglia allargata di contadini della zona del Gran Sasso, in Abruzzo, e il loro rapporto con la contemporaneità, tra una cultura ancora contadina e retrograda e l’avvento di una società avanzata da ogni punto di vista. Il racconto, però, si dipana soprattutto attraverso le maglie di un rapporto difficile fra la narratrice, una professionista affermata e madre a sua volta, e la madre, colpita da una precoce forma di senilità che la rende inconsapevole, disarmata, lontana.

“Ti chiami Esperia Viola, detta Esperina. Come una viola sei nata il venticinque marzo millenovecentoquarantadue, in una casa al confine tra i comuni di Colledara e Tossiccia.”

Così comincia il dialogo, in realtà un doloroso, a volte ironico monologo tra la protagonista e sua madre, che ormai bisognosa di cure, di presenza, di compagnia, di accudimento fisico sembra aver dimenticato le durezze, la distrazione, la lontananza di cui la figlia aveva tanto sofferto in passato. Attraverso il racconto del rapporto a due, l’autrice ci trasporta in realtà in un pezzo d’Italia ancora primitiva, dove manca l’acqua, la luce elettrica, i mezzi di trasporto, dove l’analfabetismo è ancora prevalente, i rapporti familiari improntati ad una tradizione patriarcale incontaminata. Le bambine percorrono chilometri in campagna per raggiungere la scuola, i padri sono emigranti e solo attraverso le loro rimesse è possibile acquistare scarpe, libri e quaderni, abiti pesanti. La vita viene scandita dai ritmi della natura e della vita contadina: governare gli animali, uccidere il maiale, scegliere le uova appena fatte, seguire il pascolo delle pecore, subire le angherie del mezzadro, don Cesidio, che lavora per il padrone delle terre e ruba quanto può ai contadini che debbono tacere e subire. Un paesaggio da novella verghiana, pur svolgendosi negli anni ‘50 del secolo scorso; poi, l’avvento del boom economico, l’arrivo delle strade, delle automobili, dell’acqua corrente, del bagno, dei primi televisori, della possibilità di studiare prima al liceo e poi all’università. Ma anche se la modernità ha fatto decisamente irruzione nella regione descritta nel romanzo, i personaggi delineati conservano la loro identità ancestrale. Mia madre è un fiume, era un ruscello, mia madre era un albero, mia madre era strumento della musica... così la figlia racconta attraverso poetiche metafore la madre contadina, dura, severa, dai lunghi capelli neri che teneva sempre austeramente legati in una crocchia, che lavorava eternamente all’uncinetto una coperta, che la figlia non apprezza, che l’ha educata al sacrificio, sempre in piedi alle sette anche nei giorni di festa, per non abituarsi all’ozio, ma che ha permesso a sua figlia di studiare, pur tra molte difficoltà ed enormi sacrifici.

La scrittura del libro è come un fiume di parole che si susseguono impetuose, che si fermano talvolta a prendere respiro e poi riprendono con foga, tanta è l’urgenza della scrittrice di liberarsi dai sensi di colpa, forse, per non aver amato sua madre prima. Ora, dovendo fare i conti con la malattia e la vecchiaia di lei, i conti diventano ineludibili. Un romanzo che non si vorrebbe finisse, nel quale ci si ritrova e ci si identifica, che sembra toglierci le parole di bocca. Un inizio letterario molto promettente.

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