La vera storia di Babbo Natale - Alfio e Michele Maggiolini

di Mario Bonanno - 05-01-2012 

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Dio è morto, Babbo Natale, in compenso, gode di ottima salute, quantomeno dal punto di vista mediatico. Via spot e merchandise, Babbo Natale è diventato il logo più richiesto delle feste di fine anno, vagheggiato & vezzeggiato più di Gesù Bambino, per non parlare, poi, della Befana cui, in fatto di popolarità, fa letteralmente mangiare la polvere. Miracolo di un’icona di massa con nemmeno duecento lustri sul groppone (per supereroi di siffatta specie cosa volete che siano?), nata e pasciuta nell’America del 1822 come simbolo di carità sociale, quindi esportata nel resto del pianeta in declinazione plurima (libri, film, illustrazioni, bugie generazionali a beneficio dei più piccoli), fino allo sdoganamento pubblicitario, nell’evo del consumismo di massa (cosa non si farebbe per campare). Inutile portarla per le lunghe: dici Natale e ormai ti viene in mente l’immagine del Grande Vecchio-testimonial - che venda panettoni o ricariche telefoniche, poco importa -: da simulacro di “donatore” a imbonitore di massa per i brand più svariati.

Detto ciò non fatevi venire strane idee: i motivi che hanno indotto Alfio e Michele Maggiolini (docente di psicologia del ciclo di vita, uno; antropologo l’altro) a redigere per Raffaello Cortina questo piacevolissimo “La vera storia di Babbo Natale” sono scientifiche/divulgative in tutto e per tutto: nessun intento polemico, nessuna voglia di demitizzare, meno che mai di ridurre in briciole uno dei pochi eroi magico-positivi dell’immaginario precocemente spoeticizzato dei più piccoli.

“La vera storia di Babbo Natale” è un saggio rigoroso e felicemente fuori moda, in quanto non indugia sul j’accuse. Una “biografia” non autorizzata di Babbo Natale in taglio antropologico-psicologico, a cavallo di storia e "geografia" culturale, che tenta di giungere alle ragioni che hanno portato all’incistarsi collettivo della credenza (perché il topino delle fate si sta estinguendo e Babbo Natale no?). Il libro si evolve in forma limpida, puntualissima, obiettiva, offrendo diversi spunti degni di riflessioni: perché a un certo punto i bambini smettono di credere a Babbo Natale? E cosa spinge i genitori ad alimentare per così tanto tempo la bugia?.

La cronistoria analitica su un mito che sfida il cinismo contemporaneo, diventa qui - anzi tutto - pretesto per interrogarsi sulla festa (sul suo senso “perduto”), sui risvolti pedagogici e su quelli psicologici e culturali che reca in sé, ri-collocandola in accezione più autentica di quella comune. Contigua, forse, piuttosto, con il senso del nostro essere al mondo e al nostro indefesso interrogarci sul perchè.

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