La schiava bambina di Diaryatou

di Cristina Giuntini - 27-03-2008 

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E’ una storia come tante, purtroppo. Una storia fra le cento, mille storie che affollano gli articoli dei quotidiani, i servizi dei telegiornali, i programmi di “approfondimento” più o meno seri, specialmente in corrispondenza della Festa della Donna o di altre occasioni simili. Ma è una storia tragicamente vera, tragicamente anche se la sua protagonista è riuscita a ribellarsi e ad aprirsi alla speranza di una vita migliore. E leggere o ascoltare queste storie, anche cento, mille storie dello stesso tipo, ci fa sempre bene e ci aiuta a non dimenticare che queste situazioni esistono, non sono affatto rare e sono più vicine a noi di quanto pensiamo. Forse anche nell’appartamento adiacente al nostro. Considerata la giovanissima età e la situazione dalla quale proviene la narratrice e protagonista del libro, non vi stupirete di riscontrare uno stile estremamente semplice, a tratti quasi piatto, tale da sembrare privo di emozioni. Come se annotasse su di un diario i puri e semplici fatti che le succedono, con poca, quasi inesistente partecipazione emotiva, Diaryatou ripercorre i primi 17 anni della sua vita quasi come se non riguardassero neppure lei. Ma questo non toglie niente alla disperazione che il suo racconto ci trasmette, perché intuiamo che il suo distacco deriva dai residui di una mentalità che le è stata inculcata fino da piccola, una mentalità secondo la quale la donna è sempre e comunque colpevole di tutto quello che le succede, e il suo dovere è subire, impegnarsi a “correggersi” e soprattutto tacere. I primi anni di vita di Diaryatou sono, senz’ombra di retorica, anni felici anche se in estrema povertà. Vive in un villaggio della Guinea insieme alla nonna, donna energica ma affettuosa. La madre vive in città, è una delle mogli di un importante politico locale. Diaryatou aiuta la nonna nel suo lavoro con volontà e senza lamentarsi, e la nonna la protegge dai pericoli e dagli insulti e dalle percosse dell’isterica zia. Purtroppo anche la nonna di Diaryatou, per ignoranza e sollecitata dalla figlia altrettanto ignorante, un giorno la sottopone all’inumana pratica dell’infibulazione. Diaryatou prova molto dolore ma non capisce, capirà più tardi nella sua vita quale portata abbia la violenza che le è stata inferta. Il racconto di questa barbara operazione ci colpisce ancora una volta per il suo distacco, per la sofferenza che ci sembra quasi superficiale, limitata al dolore fisico. Ci pare quasi incredibile che un’esperienza così tragica possa essere descritta in tal modo. Un soggiorno temporaneo presso la famiglia del padre lascia Diaryatou fredda e sempre più convinta di voler tornare alla sua vita di sempre. Purtroppo, è la morte prematura dell’amata nonna a segnare il suo destino, costringendola a tornare definitivamente a vivere con la famiglia dei genitori. Il padre, fondamentalmente buono, ha molta considerazione per Diaryatou, ma i problemi che sopravvengono e la sua nuova condizione di politico caduto in disgrazia, che ha persino difficoltà a sfamare la famiglia, gli impediscono di opporsi con sufficiente efficacia al matrimonio della figlia appena quattordicenne con un uomo di trent’anni più grande di lei, matrimonio caldeggiato invece dalla madre che vede in questa unione la possibilità per Diaryatou di andare a vivere in Olanda, negli agi e nell’abbondanza. Diaryatou, che non sa niente della vita e del sesso, è convinta che il rimanere incinta sia una condizione che può succedere a qualsiasi donna solamente se esce di casa, e che solo lo sposarsi giovane preservi la famiglia dal disonore di una figlia che incappi in una gravidanza da donna non sposata. Per questo, e solo per questo, accetta di sposarsi. Ha inizio così la parte più terribile della storia e della vita di Diaryatou, sposa apparentemente felice e libera, ma in realtà in bilico fra solitudine e violenze fisiche e morali. Prima in Olanda, poi in Francia, Diaryatou segue il marito, una specie di guaritore imbroglione al quale i principi della religione servono solo ad ingannare i suoi clienti ed a tenere sottomessa la moglie, che non esita a picchiare e violentare anche sapendola incinta e magari in pericolo di vita. Il percorso che Diaryatou dovrà seguire per liberarsi da questa schiavitù non sarà condizionato dalla paura di lasciare il marito, che in realtà non le farà alcuna ritorsione o minaccia quando lei finalmente annuncerà che vuole il divorzio, ma piuttosto dalla sua mentalità di sottomissione così fortemente radicata nel suo essere, dalla sua idea dei suoi imprescindibili doveri di sposa e della vergogna che ricadrebbe sulla sua famiglia se lei venisse ripudiata. Solo in quanto quest’uomo le è stato casualmente assegnato come marito (e solamente come quarta moglie!), sente di appartenergli in maniera tale che se lui se ne andasse ciò rappresenterebbe la peggiore disgrazia che mai le potrebbe capitare. Diaryatou sopporta periodi di solitudine, botte, umiliazioni e perfino tre gravidanze finite male sempre per colpa dei maltrattamenti, ma qualcosa scatta in lei in quel terribile 11 Settembre, davanti alla televisione, quando si accorge che il marito approva la strage e la vendetta degli estremisti. E forse il vedere la crudeltà di suo marito “dall’esterno” la fa riflettere più di quanto non abbia mai fatto. E ancora la televisione, più che mai importante collegamento con il mondo esterno, le darà la spinta definitiva per cercare aiuto, mostrandole la storia di una donna come lei. La storia di Diaryatou è finita bene, anche se le ha lasciato cicatrici incancellabili, in senso fisico e morale. Ma le ha lasciato anche la voglia di testimoniare, di unire la sua voce alle tante altre che si stanno esponendo in prima persona, affinché queste situazioni possano diventare sempre più rare fino, un giorno, a scomparire del tutto.

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