La fiera della vanità di W. M. Thackeray

di Maria Laurora - 08-04-2008 

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La scena si apre su una bella mattina di giugno, con una carrozza che si ferma davanti al cancello dell’istituto per signorine Pinkerton, la mattina della partenza di due ragazze. Così incontriamo Amelia Sedley, dolce, sensibile e ricca, e Becky Sharp, arrivista, bella, intelligente ma povera. Diversissime ma legate dal destino e dagli eventi, che faranno incrociare più volte le loro vite, e da un filo rosso che le vedrà sposarsi, nello stesso anno, con capitani dell’esercito (Gorge Osborne e Randow Clawley), seguirli in Belgio durante la battaglia di Waterloo (un evento cruciale per entrambe), avere un figlio maschio ed assistere all’imprevisto capovolgersi delle proprie esistenze.

Così ci addentriamo nel mondo di Vanity Fair (La fiera della vanità) di William Makepeace Thackeray, un romanzo senza eroi e senza happy end, costellato da personaggi straordinariamente moderni. Pubblicato come opera unica nel 1848, dopo essere uscito a puntate su una rivista del periodo, Vanity Fair, si impose immediatamente come nuovo modello di scrittura. In un’epoca in cui i personaggi dovevano necessariamente essere sinonimo di vizio o virtù, per educare il pubblico a una morale prestabilita, Thackeray crea personaggi fortemente individualizzati, con personalità complesse, le cui azioni non sono facilmente ascrivibili nel registro del giusto o del sbagliato e sui quali, come se non bastasse, lo stesso giudizio dell’autore resta ambiguo.

L’affascinante Becky Sharp, la protagonista indiscussa, l’eroina di questo romanzo senza eroi, è uno dei personaggi femminili più straordinari della letteratura inglese. Non possiamo non innamorarci di Becky, pur sapendo che la sua condotta non sia irreprensibile, essendo una moglie infedele, una madre insensibile e con unico obiettivo la scalata sociale, quella scalata che le sembrava negata dalla nascita. Becky è fedele e coerente a se stessa e ai propri principi e ambizioni fino alla fine, se stessa viene prima di tutto, gli altri sono soltanto mezzi per raggiungere i suoi fini. Amelia, invece, forse l’unica a cui Becky è realmente legata, è la tipica eroina da romanzetto rosa: sensibile, fedele, ingenua, carina... ma non abbastanza per competere con Becky. I destini delle due s’incroceranno più volte, per poi confondersi e prendere direzioni molto diverse. Becky sarà l’unica, gloriosa responsabile del proprio successo e della propria scalata, mentre Amelia sarà vittima degli eventi e perderà tutto (denaro, marito, figlio). Ma sarà proprio nel momento più buio che riuscirà a rialzarsi grazie al fedelissimo capitano Dobbin, un altro personaggio significativo, forse l’unico realmente buono del libro e che, per questo, rappresenta il contraltare di Becky. Nel finale, Amelia, alla quale spetterebbe finalmente un po’ di felicità accanto al suo Dobbin, appare stranamente rassegnata, mentre Becky vive di rendita dopo aver, molto probabilmente, ucciso Jos, il fratello di Amelia. Finale incredibilmente moderno, di uno scrittore che già nell’800 aveva capito che, nei romanzi come nella vita, i cattivi non vengono sempre puniti e i buoni non vivono sempre felici e contenti. E saranno, forse, i figli di Amelia e Becky, cresciuti e divenuti amici, a ristabilire un equilibrio che le loro madri non erano riuscite a trovare.

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