Il reato di scrivere di Rodolfo Wilcock

di Paolo Trucillo, scrittore - 12-02-2010  

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È fra gli ultimi libri pubblicati da Adelphi nel 2009. In particolare, mi affascinano questi titoli della “piccola biblioteca”, non perché, come si è portati scherzosamente a pensare, si leggano subito, ma per il grande patrimonio in essi contenuto. Gli autori dei testi proposti in questa speciale collana hanno tutti un denominatore comune: la capacità di sintesi.

Ed è il caso di questo autore, Rodolfo Wilcock, ingegnere di origini argentine, vissuto per molto tempo in Italia e scomparso nel ’78. "Il reato di scrivere" è una raccolta di minisaggi.

L’incipit di questi scritti è secco: “non di rado la letteratura diventa strumento di potere”. Un giovane intellettuale, se vuole farsi strada e fare carriera in un partito, può mostrare di essere in gamba e sperare in un avvenire prosperoso attraverso una pubblicazione. E il partito che ha alle spalle è pronto a sostenerlo economicamente, a patto che il giovane si attenga alle direttive imposte dalla corrente di pensiero alla quale appartiene. Oppure un esordiente che ha il desiderio di intraprendere la carriera letteraria deve rispettare diverse regole imposte dal mercato della cultura, che molto spesso propone personaggi di facciata.

In particolare diventa assurdo seguire strane tendenze letterarie, proprie di scrittori che pur di vendere cedono all’individualismo sfrenato. Si tende a parlare di sé, come se la propria vita fosse da esempio per tutti, come se si fosse convinti di avere alle proprie spalle un’esperienza maggiore di quella degli altri.

E non danno certo stimoli alcuni importanti premi letterari, che tendono a premiare le “scuderie”, ovvero le case editrici, come le chiama Wilcock, piuttosto che gli autori delle opere premiate. L’ingegnere ci descrive un mondo piuttosto precario, dipingendolo con toni a volte scherzosi altre volte, oserei dire, drammatici, specialmente per chi decide, con buoni propositi, di lanciarsi nel mondo dell’editoria. Un mondo appesantito da centinaia di manoscritti zavorra pronti ad inquinare la cultura di una volta.

Quello che denuncia l’autore è la progressiva perdita del piacere della scrittura. Il desiderio di scrivere innanzitutto per se stessi, per tenersi compagnia, per poi finalmente, quasi per caso, pubblicare e far sapere al mondo ciò che si ha dentro. Si perde pian piano il gusto di collezionare i propri scritti e di procedere al duro lavoro della lima.

L’ultima parte è un po’ più pesante, ma termina con un interessante spunto sulla censura. Letto a Roma in metropolitana in tre viaggi da un capolinea all’altro.

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