Il processo di Shamgorod - Elie Wiesel

di Roberto Matteucci - 23-07-2011 

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Shamgorod fu sconvolta da un pogrom terribile, uno dei tanti di cui furono oggetto le comunità ebraiche. Tutti gli ebrei furono uccisi, si salvarono un taverniere e la sua giovane figlia. Qui inizia lo sconvolgente ed umano racconto di Elie Wiesel: "Il processo di Shamgorod" (Giuntina, 1988).

In seguito alla locanda arriveranno tre attori, anche loro in fuga, che avranno l’idea di inscenare un tribunale veramente particolare: un processo a Dio! La natura umana è debole e la nostra mente può essere capace di violenze e stupri sanguinosi. La volontà è presa prigioniera di una costrizione. La massa di persone prevale; nel gruppo perversione e brutalità costringeranno alla resa la ragione e la pietà. La compassione umana è distrutta. Il Dio degli ebrei è la causa del bene e del male: gli uomini a lui assoggettati non hanno colpe in quanto privi di volontà propria. Dio non è un arbitro, Dio è parte in causa, e come tale, secondo gli ebrei, ha il dovere di giocare e di schierarsi con il più debole. Dio non può o non vuole scegliere?

«O è responsabile o non lo è; se lo è, giudichiamolo, se non lo è, che smetta di giudicarci!»

Ecco la motivazione della rabbia e del processo. Nella sua generosità il tribunale – popolare – gli concede la possibilità di difendersi. Dio si è astenuto e persone innocenti, come i bambini, sono state annientate. Se è onnipotente perché non è intervenuto? Gli uomini sono stati creati da lui; lui è il responsabile?

«Voglio capire perché Dio dia agli assassini la forza e alle vittime le lacrime, l’impotenza e la vergogna.»

L’uomo e Dio vivono due dimensioni diverse e le differenze li rendono non confrontabili. A Dio si addebita la sua osservazione senza intervento; è molto più facile che accusare gli uomini autori delle violenze:

«Gli uomini rubano e uccidono, ed è Dio che ti fa paura?»

Dio può difendersi, ma nessuno vuole essere il suo avvocato difensore: troppo debole la sua posizione, troppo impopolare in momenti di crisi e molto semplice e ipocrita accusarlo di tutto. Solo colui che lo conosce meglio può proporsi come suo difensore: satana! Il diavolo è pratico di Dio, conosce la sua forza e anche il suo comportamento. Satana non attacca Dio direttamente – sarebbe sconfitto – aggredisce la parte più debole del suo mondo: gli uomini. Arrivare alla taverna in quel particolare momento è un altro tentativo di occupare l’animo dell’uomo e approfittare della sua debolezza. Non siamo ancora alla fine, dobbiamo aspettare la notte e poi tutto sarà compiuto. Eppure Dio sarà ancora lì! Nessuno sa perché, ma sopravviverà agli uomini stessi.

Le dialettiche sul libero arbitrio, sulla difesa di Dio da ogni responsabilità sono molteplici. Ogni religione ha sviluppato la propria. Elie Wiesel è un deportato dei campi di concentramento nazisti, ha vissuto l’azzeramento celebrale di persone normali. Il suo dubbio è lecito. La narrazione è di profonda partecipazione, in realtà non è un atto di accusa, è un atteggiamento di riflessione. I caratteri umani sono sconvolgenti anche per un linguaggio appassionato e realista. Gli occhi persi della figlia, il cinismo di Maria, la rabbia del taverniere non consentono di abbassare la guardia. La scelta del processo dà una piccola via di fuga. Gli uomini sono pronti ad assolverlo, però Dio deve urlare la sua giustificazione.

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