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Sacha Naspini



"Il gioco dell’angelo" di Carlos Ruiz Zafon



Prezzo di copertina: € 22,00

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Dopo aver sfornato un capolavoro come "L’ombra del vento", caso editoriale in tutto il mondo, verrebbe quasi voglia di ritirarsi e lasciare ai posteri il ricordo di sé attraverso le pagine di quell’opera meravigliosa. Zafon, invece, ci riprova con "Il Gioco dell’angelo", accantonando la paura di deludere.

A fare da sfondo è ancora la Barcellona degli anni Venti, con le sue atmosfere misteriose, col fumo che si mischia alla nebbia dell’inverno umido e delle poche persone per le strade, che David Martin percorre tormentato dall’insicurezza, ma sorretto dal pulsare di un cuore nobile e forte, il cuore di chi ha un sogno grande. David vuol diventare uno scrittore. I suoi inizi, però, non sono all’altezza delle aspettative e il solo posto di lavoro che riuscirà a trovare sarà presso un piccolo giornale, La voce dell’industria, come contabile. Qui, per una strana combinazione, avrà occasione di pubblicare un racconto, il primo di quella che diventerà la fortunata serie dei Misteri di Barcellona. Arriva il successo e con esso lo strano interessamento da parte di un potente e ambiguo editore francese, Andreas Corelli, che stravolgerà la vita di David con una proposta incredibile. Gli commissionerà un’opera sublime e blasfema, pagata a peso d’oro, la cui creazione scatenerà forze dannate e reazioni fuori da ogni possibile controllo. La vita di David è in pericolo, e non soltanto la sua, anche quella dell’amata Cristina e della bizzarra e dolcissima assistente/apprendista Isabella, che sposerà il figlio del Signor Sempere, padrone della vecchia libreria che ritroviamo con malinconia. David impara a conoscere Il cimitero dei libri dimenticati come era accaduto anche a Daniel Sempere ne "L’ombra del vento", ricordate? Beh, parrebbe proprio che quel piccolo Daniel sia proprio il figlio di Isabella e Sempere figlio...

"Il gioco dell’angelo" è un libro ben congegnato, un meccanismo perfetto, curato, perso tra la leggerezza dell’essere e la profonda oscurità del male. In fondo, è proprio tra queste coordinate che lo scrittore ha trovato la chiave di volta della sua narrativa. Zafon non si vergogna d’ispirarsi così spudoratamente ad alcuni classici della letteratura mondiale, anzi ne gode moltissimo. Così, cita Dickens, Poe, Kafka, Borges, Goethe, i grandi russi, il romanzo ottocentesco in genere. Rielabora i suoi miti, li stravolge, li plasma concedendo loro e a lui stesso una nuova opportunità. Un’opera immensa, che sembra voler dare seguito alle avventure dei suoi personaggi nel terzo romanzo previsto per l’anno prossimo. E se a me le saghe generalmente al secondo episodio stancano, questa volta non vedo l’ora di leggerne il seguito, perché Zafon riesce in maniera sublime a rinnovare il miracolo della narrazione, a stupirmi ogni volta, pur giocando a carte scoperte, e io mi lascio dolcemente trasportare lontano.

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Recensione di Matteo Grimaldi, scrittore, 21 gennaio 2009
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  • 10 novembre 2009 20:06

    Bellissima recensione, invoglia a leggere entrambi i libri :) Mary