I sette fuochi del tempio di Daniel Levin

di Elisabetta Bolondi - 27-09-2010 

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Un romanzo fiume che raccoglie e unifica tutti i generi di moda possibili nella recente narrativa americana: giallo archeologico, spy story, thriller mozzafiato, romanzo storico, storia romantica, conflitto tra ebrei e arabi, intrigo accademico. Tutto questo e ancora di più Daniel Levin è riuscito a concentrare nelle pagine de “I sette fuochi del tempio”. Lo scrittore ha trascorso un anno a Roma e un periodo in Israele per rendere verosimili gli itinerari (quasi sempre sotterranei) in cui ambienta il suo romanzo, dalla trama complessa e intricata, a causa principalmente della vastità dei diversi piani del racconto.

Il protagonista della vicenda è Flavio Giuseppe, lo storico famoso per esser stato attivo sotto l’imperatore Tito all’epoca della distruzione del Tempio di Gerusalemme, nel ’79 dopo Cristo. Seguendo le sue tracce attraverso duemila anni di storia, veniamo trasportati quasi come in un sogno dalla città sotterranea che corre sotto le mura dell’odierna Gerusalemme, al sottosuolo di Ostia antica, sotto le fondamenta del Colosseo, sull’architrave dell’Arco di Tito, nei meandri abbandonati della Cloaca massima, alla base nascosta del Portico di Ottavia fino al sottosuolo del Tempio maggiore, la sinagoga di Roma. La moderna tecnologia, armi sofisticate, un complotto internazionale, istituzioni importanti come il Ministero dei Beni culturali, l’Iccrom e l’Onu, funzionari corrotti, servizi segreti, carabinieri, finti gladiatori, Cardinali di Santa Romana Chiesa, sono il mix che Levin mette insieme per raccontarci la ricerca spasmodica della Menorah originale, quel gigantesco candelabro d’oro a sette bracci che fortunosamente Giuseppe Flavio, trascinato schiavo per il trionfo dell’imperatore Tito, era riuscito a nascondere in un luogo misterioso, ricercato ossessivamente dagli ebrei da duemila anni. L’ultimo cercatore, Salah-din, un giovane arabo fanatico deciso a distruggere quell’oggetto preziosissimo, simbolo dell’identità e della sopravvivenza della comunità ebraica, compie i più efferati delitti, uccidendo e travolgendo nella sua furia devastatrice i resti della civiltà giudaico cristiana che ancora erano sopravvissuti al fluire dei millenni. I personaggi a cui si affida la storia amorosa, l’archeologa romana Emilia Travia e il suo ex compagno di studi e scavi, l’americano Jonathan Marcus, novelli “Indiana Jones”, compiono insieme al vecchio archivista ebreo, Mosè Orvieti, sopravvissuto suo malgrado alla Shoah, imprese mirabolanti, pronte per essere trasferite con successo assicurato su un set cinematografico.

Il libro si legge tutto d’un fiato, ovviamente, anche se, in alcuni passi della narrazione, appare poco credibile. Il suo pregio maggiore sta nella ricostruzione storica, davvero verosimile, di due millenni di lotta tra comunità religiose diverse per affermare la propria dignità su un palcoscenico internazionale di rapporti difficili tra diversi stati, diverse burocrazie, e diversa sete di potere!

- Leggi l’intervista allo scrittore qui: http://www.sololibri.net/Intervista...

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