Desiderare altrimenti e altri racconti - Giovanni Baldaccini

di Luciana Riommi - 11-06-2011 

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Nel mese di maggio, in una nota libreria di Roma che tutto intorno alla sala per le conferenze ha anche scaffali dedicati alla piccola editoria indipendente, ho avuto un incontro quasi casuale con un libro appena uscito: Desiderare altrimenti e altri racconti di Giovanni Baldaccini (Fermenti Editrice, maggio 2011). Il titolo mi ha attratto irresistibilmente e l’ho comprato. Una sorpresa il modo in cui l’autore scrive le sue storie. Non ci sono trame intricate, d’altra parte si tratta di racconti brevi, nove per l’esattezza. Erano anni che non leggevo pagine così dense di impressioni, sensazioni, pensieri, sentimenti, anche angosce, ma tutto così abilmente stemperato da una scrittura essenziale, senza fronzoli, senza ridondanze. Non ho trovato lunghe descrizioni di luoghi, persone, situazioni, ma ho visto con gli occhi della mente i luoghi e le situazioni in cui si muovono le persone che abitano i racconti, con le loro riflessioni, paure, dolori, ironie, con i loro desideri. Alcuni racconti mi hanno colpito in modo particolare, più di altri: “Lucciole”, intriso di umanità e di amarezza; “Ostaggi”, con tutta l’ironia di una situazione improbabile da cui filtrano profonde intuizioni psicologiche (l’autore è anche psicoterapeuta, leggo nella nota biografica!); “Ospedale Paradiso”, dove a partire dalle origini più remote della nostra storia si giunge a rinunciare alle idealizzazioni per gettarsi anima e corpo nelle dimensioni più reali della nostra umanità; “Polvere di stelle” che, dopo averci fatto volare nel tempo e nello spazio, ci riporta bruscamente sulla terra: “Spiaccica il naso sulla crosta dura dove l’immagine crolla nella vita” (p. 96); “Desiderare altrimenti”, il racconto che dà il titolo alla raccolta, dove si immagina che sia possibile un modo diverso di desiderare il rapporto con l’altro. Discorso a parte merita, per me, “Ara Coeli”, dove ho ritrovato con commozione lampi e immagini di una Roma, a me personalmente molto cara, esistente purtroppo solo nelle foto sbiadite degli archivi.

È difficile riassumere questo libro, senza impoverirne il contenuto, mentre posso facilmente sintetizzare il vissuto di chi, leggendolo, si è sentito continuamente stimolato a pensare anche a tutte le possibilità di uso del linguaggio, della nostra lingua madre troppo spesso maltrattata, per inventare una scrittura che assomiglia incredibilmente alla pittura. Un “altrimenti”, dunque, non solo del desiderare, ma anche dello scrivere. Lo consiglio vivamente.

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