Cronaca di un’attesa - Barbara Balzerani

di Mario Bonanno - 09-06-2011 

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Vite rapprese degli anni di piombo. Quella di Barbara Balzerani (militante di Potere Operaio, quindi BR) si enuclea per gradi, un libro dopo l’altro (“Compagna luna”, “La sirena delle cinque”, “Perché io, perché non tu”), in un work in progress ontologico, che è anche percorso di autoanalisi e analisi sociale.

Quest’ultimo “Cronaca di un’attesa” (Derive/Approdi, 2011) è un testo, sotto molti aspetti, anomalo, trasversale, nel senso che travalica il “genere romanzo”, facendolo confluire in un crossover: un po’ pamphlet, un po’ narrazione giornalistica, in una riuscita commistione di pubblico/privato, passato/presente, lirismo, cinema, De Andrè, vis polemica. Da autrice vera - che scrive cioè per reale esigenza comunicativa - la Balzerani muove dal “dentro” (i ricordi tenui di sé stessa bambina; quelli furenti di adolescente) per approdare al “fuori” di un’Italia-mondo, cambiata col tempo e nel tempo, quasi sempre in peggio.

L’evocazione di un micro-cosmo contadino (attraverso la figura-simbolo della madre) compromesso giocoforza con la fabbrica degli anni Sessanta, diventa, perciò, prodromo di una disumanizzazione/alienazione collettiva che sfocia in acquiescenza al potere, con i risvolti nefasti che si contemplano nelle cronache di tutti i giorni: dall’inquinamento ambientale al razzismo; dal sovraffollamento delle carceri alla globalizzazione forzata. Lo iato dicotomico (se non proprio la frattura) ieri/oggi è il filo-rosso che taglia per intero la narrazione della Balzerani, con il fantasma dell’eversione lasciato pudicamente di sfondo. Non tanto per atto di rimozione quanto per viaggiare più leggeri, nel “nuovo tempo della lumaca” che attende l’autrice dopo metà della “vita passata tra lotta clandestina e galera”. L’attesa, da cui il titolo, sarebbe dunque questo stazionare sul confine di una libertà (?) quasi raggiunta e semi-sconosciuta, seducente e aliena al tempo stesso.

In ultima analisi, “Cronaca di un’attesa” si offre alla lettura come un (non) romanzo, dolente & possente. Una narrazione stratificata, pensosa, spudorata - e per questo coraggiosa -, che invita a riflettere sul come eravamo ma anche sul cosa siamo diventati, noi italiani, in poco più che cinquant’anni di storia.

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