Canne al vento - Grazia Deledda

di Vittoria Daniela Raimondi - 12-11-2011 

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Sulla bianca “Collina dei Colombi”, il vecchio Efix osserva le ultime ombre del giorno che si allungano sulla vallata mentre, in lontananza, le rovine del castello si stagliano fiere contro l’azzurro dell’orizzonte. Poco lontano dalla sua umile capanna, cinto dalla corona dei monti nuoresi, sorge il piccolo villaggio di Galte. Una quiete antica e malinconica, spezzata soltanto dal gorgoglìo del fiume e dal fruscìo delle canne sferzate dal vento, avvolge il ricordo dei fasti e delle sventure della famiglia Pintor, di cui Efix è rimasto l’unico infaticabile servitore. I passi incalzanti e la voce del giovane Zuannantoni, ridestano Efix dai suoi tristi pensieri: le sue padrone chiedono di vederlo mentre in paese si sparge la notizia dell’arrivo imminente di Giacinto, nipote delle sorelle Pintor. L’inatteso evento risveglia nella memoria di Efix le immagini vivide di un passato che lo tormenta: la fuga di Lia, una delle quattro sorelle Pintor e madre di Giacinto, la morte ‘misteriosa’ del suo padrone, Don Zame, furioso per la fuga della figlia, l’ombra del disonore e della disgrazia che si abbatte impietosa su Ruth, Ester e Noemi, uniche superstiti della famiglia. Il vecchio servo spera che l’arrivo di Giacinto possa risollevare le sorti delle zie, rimaste in solitudine e in miseria nella decrepita casa dei Pintor. Ma le speranze di Efix sono destinate a svanire. Giacinto, in apparenza docile e pieno di buoni propositi, si rivela pigro, indolente, avvezzo all’alcol e al gioco. Per mostrarsi benestante agli occhi della gente del paese, prende in prestito del denaro dalla vecchia usuraia Kallina ma, non potendolo restituire, firma delle cambiali false a nome di sua zia Ester. La scoperta dell’inganno del nipote getta nella disperazione le sorelle Pintor e l’anziana Ruth muore di dolore. Giacinto, finalmente pentito, fugge a Nuoro con l’intenzione di lavorare per ripagare i suoi debiti, mentre il vecchio Efix, piegato dal peso del terribile segreto che custodisce da vent’anni e dal rimorso di non essere riuscito a proteggere le sue padrone, si allontana da Galte per intraprendere un lungo cammino di espiazione che possa cancellare le sue colpe.

Oltre ad essere l’opera che consacra il talento di Grazia Deledda, "Canne al vento" rappresenta un documento valido ed efficace per la ricostruzione del quadro storico, culturale e socio-economico della Sardegna del primo decennio del Novecento. Mentre l’Italia è impegnata nella guerra di Libia e il ceto sociale borghese si innesta prepotentemente nel tessuto economico e politico, la Sardegna rimane saldamente ancorata ai privilegi delle antiche famiglie della nobiltà contadina. I personaggi cercano affannosamente il riscatto morale e sociale, ma i loro sforzi si scontrano con la potenza oscura di un destino immutabile, proprio come le canne che non possono non piegarsi alla forza del vento che le agita. Un coro di vite che si fonde con quello di una terra ancestrale e selvaggia, popolata dai personaggi fantastici delle vecchie storie popolari, inondata dalla luce vermiglia dei suoi tramonti sul mare, cullata dal suono malinconico delle fisarmoniche che si perde tra l’inebriante profumo delle euforbie e il manto variopinto delle violacciocche.

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