Batticuore - Yaniv Iczkovits

di Mara Marantonio - 24-01-2011 

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In un periodo in cui la classe politica di Israele pare aver smarrito lo slancio ideale dei decenni passati e da tempo non entrano in scena personalità in grado di lasciare un’impronta significativa sul Paese, la letteratura si rivolge alla realtà intima, ai pensieri, alle sensazioni. Emerge così un mondo ricostruito quasi a prescindere dalle concrete coordinate spazio/temporali; anche se sappiamo quanto il contesto generale, in apparenza rimosso, condizioni la storia di ognuno. Nel 2002, in piena Seconda Intifadah, un gruppo di soldati, circa una cinquantina, dichiararono, in una lettera che fece il giro del mondo occidentale, di non essere più disposti a combattere nei cosiddetti Territori Occupati. L’evento, in sé abbastanza marginale, ebbe una certa risonanza mediatica in Europa, Italia compresa. Yaniv Iczkovits, nato a Rishon Letzion nel 1975, laureato in Filosofia, fu il primo firmatario di quella lettera.

Nelle scorse settimane, il romanzo è uscito con la Casa Editrice Giuntina: il suo titolo in italiano è “Batticuore”. Fa da sfondo della vicenda la città di Tel Aviv, caratterizzata da un che di sciatto e anonimo, con le parti superiori degli edifici costellate dai motori degli impianti di condizionamento. La storia si dipana attraverso la quotidianità di alcuni gruppi familiari, legati tra loro da rapporti di parentela, e non solo. Non vi è una vera e propria trama, intesa in senso tradizionale: vi sono tanti quadri, pensieri, sensazioni, una ricerca costante della propria ragione di vita, simboleggiata da un agognato “Battito”: il battito cardiaco del bambino del quale una delle protagoniste, Mira, è in attesa, ma che tuttavia il ginecologo non riesce a percepire. La traduzione dall’ebraico del vocabolo “Dofeq” resa invece con “Batticuore”, azzardo un’ipotesi, forse è voluta, poiché sta ad indicare la tensione dell’esistenza, la fatica della quotidianità in un contesto, quello israeliano, dominato da perenne insicurezza e da rischi mortali. Lo stile e il linguaggio di Iczkovits sono scorrevoli e piani, dunque coinvolgenti, soprattutto nella profonda indagine psicologica e nella capacità di scavare a fondo nel complesso rapporto genitori/figli, a cominciare da quello strano distacco che nasce e si sviluppa, tra le generazioni, originato da una vicinanza fisica imposta e dunque priva di autentica affettività.

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