Ave Mary - Michela Murgia

di Gianmaria Salvetti - 20-10-2011 

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“Da cristiana dentro la chiesa avevo patito spesso rappresentazioni limitate e fuorvianti di me come donna, il più delle volte contrabbandate attraverso altrettanto povere interpretazioni della complessa figura di Maria di Nazareth”

Questa è la molla che ha fatto scrivere a Michela Murgia quest’opera, pensando non solo a se stessa ma a tutte le donne: le madri, le sorelle, i loro figli e le altre donne che quotidianamente vengono in contatto con lei. Non è un saggio vero e proprio, è più un libro di narrativa poiché copre solo gli aspetti che l’autrice ha percepito rilevanti nel suo vissuto. Sono sei capitoli su altrettanti argomenti definiti, non c’è la pretesa di essere un trattato esaustivo.

Contrariamente a quello che ci si aspetterebbe dal titolo, non è un libro sulla Madonna; la madre di Dio è il punto di partenza per le considerazioni di come i fatti narrati nei vangeli e nelle parabole abbiano sempre ricevuto interpretazioni maschilistiche non fedeli alla realtà di quanto narrato. La mentalità cattolica dominante che assegna alla donna un ruolo di subordinazione sociale e familiare o nel migliore dei casi di mediazione deriva dall’interpretazione dei vangeli fatta in chiave maschilista. Non a caso oltre al titolo c’è un sottotitolo - E la Chiesa inventò la donna - . La Murgia pensa che la distorsione della realtà evangelica abbia causato e continui a causare molta sofferenza all’umanità cattolica relegando in due ruoli contrapposti la figura maschile e quella femminile, con la penalizzazione di entrambi i generi. In particolare quello della donna destinata a soffrire il dolore fisico, perché ritenuta come la più colpevole fra i due del peccato originale, quindi la punizione sarà il partorire con dolore, mentre l’uomo l’avrà più leggera: dovrà solo sudare faticando nel lavoro. Inoltre per questo ruolo subordinato e con l’esclusione quasi totale della donna dalla gerarchia ecclesiastica, la Chiesa ha contribuito a legittimare la gerarchia fra i sessi anche nell’ambito della vita civile.

La Murgia ha una prosa sciolta, divertente quando mescola il divino con il profano, ma sempre intrigante perché le problematiche che solleva sono quelle che a tratti ci siamo posti tutti nel corso della nostra vita. Senza andare troppo in profondità, l’autrice cerca di dare delle spiegazioni che appaiono decisamente logiche e sostenibili. Spesso si resta meravigliati della schiettezza ed onestà intellettuale delle conclusioni perché sembrano antitetiche con la sua cultura teologica cattolica e la sua appartenenza all’Azione Cattolica.

Michela Murgia ha vinto il premio Campiello nel 2010 con un altro romanzo: Accabadora.

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