4 chiacchiere (contate) con...Antonello De Sanctis

Pubblicato il 13-11-2010 da Matteo Grimaldi, scrittore     

Antonello De Sanctis nasce a Rieti e inizia a scrivere testi di canzoni nei primi anni ’70: da ‘Padre davvero’ di Mia Martini ad ‘Anima mia’ dei Cugini di Campagna, da ‘Tu mi rubi l’anima’ dei Collage a ‘Laura non c’è’ e ‘Lascia che io sia’ di Nek e via dicendo. Nel 2007 ha dato alla stampa un libro autobiografico intitolato ‘Non ho mai scritto per Celentano’ e recentemente ha pubblicato con la No Reply il suo primo romanzo intitolato ‘Oltre l’orizzonte’.

Antonello, intanto ti do il benvenuto a quella che non sarà la solita intervista chilometrica, ma solo 4 chiacchiere contate.

- Prima chiacchiera: Nella tua biografia dal titolo ‘Non ho mai scritto per Celentano’ racconti le moltissime esperienze come autore di canzoni. Fra le righe mi pare di cogliere anche una sottile distanza da chi pretendeva da te parole e storie a tavolino. Ti è mai capitato di rinunciare a grandi proposte perché non ti appartenevano, a tuo giudizio forzate? Ci racconti qualche aneddoto?

Il mondo della discografia è popolato da critici onniveggenti che mettono bocca su tutto: direttori artistici, produttori, impresari, familiari degli artisti, consanguinei, vecchie zie e via dicendo. Ho sempre pensato invece che i veri giudici fossero chi crea, se lo sa fare, e il pubblico che decide se acquistare o no un CD. Padre davvero l’ho scritta senza che nessuno mi rompesse le scatole e si sente, quasi tutto il resto della mia produzione l’ho elaborato per accontentare gli altri e, almeno io, lo sento. Mi sono adeguato alle regole, ma l’esercizio evangelico della tolleranza mi ha progressivamente allontanato dalla mia passione iniziale: troppi cartellini da timbrare, troppo “scienziati” da accontentare. Così mi sto dedicando alla prosa e mi piace: sa di spazi più liberi. Aneddoti? Meglio che lasciamo andare.

- Seconda chiacchiera: Da una scorsa a tutti i nomi coi quali hai collaborato vengono le vertigini. C’è qualcuno a cui vorresti scrivere una canzone e ancora non l’hai fatto, a parte Celentano intendo?

Quelli per cui avrei voluto scrivere vivevano dall’altra parte dell’oceano e parlavano una lingua che mi è poco familiare, purtroppo. In Italia mi sarebbe piaciuto collaborare con De Andrè, De Gregori, Gaber, gente così. Troppo bravi però per avere bisogno di me. Ecco, avrei voluto lavorare con Mimì ancora di più di quello che ho fatto perché tra noi c’era un grande feeling. E questa sintonia con un’artista così intensa era la mia realizzazione, il mio più grande successo.

- Terza chiacchiera: ‘Oltre l’orizzonte’ è il tuo esordio nel romanzo. Il protagonista è Matteo che a quarant’anni si ritrova sognatore disilluso a fare il direttore di un ristorante quando avrebbe voluto suonare, scrivere, recitare. È il suo momento dei bilanci. È davvero tempo per Matteo di appendere al chiodo i suoi sogni e accontentarsi della vita che alla fine ha deciso per lui?

E’ la vita che decide per noi e più spesso c’induce a camminare su sentieri sassosi piuttosto che su grandi autostrade. Ma è questo il suo fascino. Un’autostrada ci porta fatalmente in un’altra città, mentre una stradina di montagna può condurci nelle sorprese di un torrente, di un tramonto scarlatto, di un incontro con noi stessi. Quindi, in parziale controtendenza con quello che pensa Matteo, ritengo che se impariamo ad accontentarci delle piccole cose spesso ignorate, allora siamo nel giusto percorso.

- Quarta chiacchiera: Ti dimostri vicino ai giovani talentuosi. L’ultimo CD di Jacopo Troiani e il primo libro di Valentina, tua figlia, ne sono l’esempio. A me preoccupa la sovraesposizione di adolescenti spesso neanche maggiorenni che si ritrovano protagonisti di un reality o sul palco di Sanremo senza aver fatto alcuna esperienza precedente, senza essere pronti a rapportarsi con un pubblico così vasto, tanto caloroso quanto potenzialmente spietato. Non pensi che affrontare il successo e tutte le pressioni che ne derivano da così giovani sia pericoloso?

Il successo è una grande menzogna ed è pericoloso per i nostri ragazzi se non gli spieghiamo a sufficienza che il loro talento non deve essere prigioniero degli ingranaggi del sistema. L’arte è libertà, deve poter prescindere dalle tensioni delle gare e dalla corsa al consenso. Basta a se stessa e non è serva di chi ne fa commercio. Questo ho cercato di spiegare a mia figlia Valentina e lei l’ha recepito. Continua per la sua strada e considera il suo romanzo un’esperienza, magari bella, magari da ripetere, ma niente di più.

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