Venere e Maria la fiaba originaria - Maria Grazia Amati, Alessandro Taglioni e Armando Verdiglione

Il libro “Venere e Maria la fiaba originaria” di Maria Grazia Amati, Alessandro Taglioni e ArmandoVerdiglione (Spirali/Vel 2002) costituisce una scommessa di scrittura davvero inusuale.
Il libro si snoda infatti attraverso una serie di fiabe che non si basano sul tema dell’eterna lotta del bene contro il male in cui il bene vince sempre, con il classico happy end “E vissero tutti felici e contenti”. Questa conclusione sembra suggerire che la vita inizi quando termina la difficoltà. Ma questo è un modo ideologico di intendere la traversata della vita. Questo libro suggerisce invece che la difficoltà è ineliminabile e che forse è più fruttuoso ragionare intorno a quali siano gli strumenti e quale sia la forza per vivere, senza facili illusioni risolutorie. Venere e Maria, due donne: una donna della cultura greca e una donna della cultura cristiana e cattolica. Queste culture non si contrappongono ma si integrano nello specifico della nostra civiltà occidentale, e portano all’elaborazione che il male e il bene non sono gli gli antipodi entro cui si compie la scelta, bensì l’apertura da cui procede la vita.
Nel volume le fiabe si articolano a due a due: ad una prima fiaba scritta da Maria Grazia Amati fa eco una di Armando Verdiglione. La seconda fiaba riprende alcuni elementi della prima proseguendola in modo inedito e con una conclusione che punta all’infinito. Si tratta infatti di una conclusione aperta all’imprevedibilità della vita e alla sua leggerezza. Le immagini pittoriche di Taglioni che illustrano i testi suggeriscono piuttosto che descrivere, e invitano il lettore a proseguire il racconto. Laddove la fiaba di Maria Grazia Amati riprende alcune mitologie della tradizione, come la strega, il mostro, l’abbandono, il testo di Armando Verdiglione le recupera e nella scrittura le dissolve, ponendoli come elementi nel racconto, invece che come archetipi: a pagina 136 scrive “Mai la dea si accoppiò con il mostro né lo incontrò ne lo vide né lo immaginò: il mostro non esisteva. E furono dolcissime le acque che portarono il bambino fino a deporlo sulle primule della riva. Il resto non appartenne né allo scultore né alla dea”.

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