Sulla violenza - Hannah Arendt

di Serena Gobbo - 26-05-2011 

Scheda libro e prezzo:   IBS IBS   Bol BOL   La Feltrinelli La Feltrinelli   AmazonAmazon  WebsterWebster

Secondo la Arendt, che ci piaccia o no, la violenza nella maggior parte dei casi ottiene risultati: se Gandhi si fosse trovato di fronte a Hitler, alla fine avrebbe dovuto soccombere. Molti hanno preso atto di questa verità, “predicatori della violenza” tra i quali la Arendt pone anche Sartre, al quale non risparmia critiche, soprattutto per frasi del tipo "popoli del terzo mondo unitevi!", che avrebbero dovuto sobillare i paesi poveri a combattere contro i ricchi, e che la filosofa taccia di miopia e retorica. Questi predicatori si sono sempre appoggiati a teorie fondamentalmente ottimistiche, che predicavano una violenza di breve termine in vista di un’ascesa che essi vedevano come inevitabile. Queste ottimistiche teorizzazioni, per quanto costantemente rinnegate dai fatti, continuano ad ottenere largo consenso perché inficiate da un’esagerata fiducia in un progresso particolare, limitato: quello scientifico (che non sempre coincide con il progresso umano in generale). In realtà, se la violenza non raggiunge i suoi scopi nel breve periodo e se continua a protrarsi, alla fine dà luogo a un sistema che è violento in sé; ecco perché non è vero che il potere possa nascere da una violenza temporanea. Il richiamo a Marx e alla dittatura temporanea del proletariato è una costante in quest’opera.

È necessario distinguere il potere dalla violenza: il primo è un fine in sé e ha sempre bisogno di numeri, mentre la violenza, essendo uno strumento, un mezzo, dei numeri può fare a meno; è il classico esempio di un solo uomo con una bomba che può tenere sotto controllo più persone. Il potere non è solo capacità di agire, ma capacità di agire di concerto, in quanto non è una realtà scindibile dal gruppo, di fronte al quale deve sempre giustificarsi. In questo si distingue dalla potenza, che è sempre individuale, e contro la quale il potere può scagliarsi:

"E’ nella natura del gruppo rivolgersi contro l’indipendenza, che è proprietà della potenza individuale".

La violenza trova sempre sostenitori perché è esaltata come vitalità, mentre la quiete è vista come debolezza, rinuncia, e ciò deriva da un pregiudizio organicista secondo cui il potere, come una pianta, o cresce o muore. Alla fine la violenza può essere considerata come un elemento innovatore che attacca un potere. Nella nostra società, infine, l’aumento della burocratizzazione è un ulteriore incentivo alla violenza: non esiste un potere personale col quale prendersela, i partiti politici non rappresentano più il cittadino che ha perso la sua voce, ha perso la facoltà di agire nel suo ambiente e considerando che l’azione è la risposta alla condizione di essere umano, l’uomo è privato della sua caratteristica essenziale.

Per riassumere, più la società di massa cresce, più cresce la violenza; in questo contesto si capiscono anche certi nazionalismi etnici che si rivoltano contro l’accentramento del potere. E il potere, quando si sente minacciato, ha la tendenza a servirsi di strumenti violenti.

lascia il tuo commento 

I libri più cliccati oggi

Ami leggere?

Seguici, commenta le recensioni e consiglia i libri migliori da leggere

Recensioni di libri

Novità libri

Scrivi una recensione

Leggi, scrivi, vinci!

Siamo su Facebook

sei uno scrittore?

Segui i nostri consigli e promuovi il tuo libro gratis con Sololibri.net

Consigli per scrittori

Promuovi il tuo libro

Ti presento i miei... libri

Diventa un collaboratore

Uno scrittore ci racconta un libro

Seguici

Tutte le Recensioni, le novità e gli sconti in libreria nella tua casella email! Iscriviti alla newsletter