Roberto Vecchioni. Miti e parole di un lanciatore di coltelli - Ernesto Capasso

di Mario Bonanno - 30-12-2011 

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C’è modo e modo di scrivere di canzoni: c’è quello pedante/finto-zelante che fruga tra le pulci dell’artista e rimpolpa lo specifico con minuzie inessenziali (ma quanta coca si era tirata Vasco il giorno che (s)cantò a Sanremo?) e c’è quello, invece, sincero/evocativo che non dimentica - vivaddio - che canzone fa rima soprattutto con emozione e da qui muove, pagina dopo pagina (ma quante lacrime e quanti batticuori riesce ancora a strappare "Luci a San Siro", chissà perché).

L’incontro ravvicinato di Ernesto Capasso con Roberto Vecchioni (“Roberto Vecchioni. Miti e parole di un lanciatore di coltelli”, Arcana 2011) è del secondo tipo e dunque non scoraggi la mole del volume, riuscita miscellanea di libere associazioni-suggestioni via Vecchioni com’è sacrosanto e bello che sia.

Lo spunto di partenza di Capasso si riassume in parole povere (di fatto, però, si trattava di una scommessa mica da ridere): seguire il filo rosso degli (infiniti) spunti vecchioniani procedendo per temi: lessico familiare, l’altro se stesso, la signora vestita di nero, il sogno, il tempo, ma cito a saltare e tanto per citare. Vi basti sapere che gli itinerari tematici sono venti in tutto e che - se sono capace ancora a far di conto - le canzoni assemblate e debitamente commentate sono un’ottantina (consentitemi un margine minimo di errore, la colpa è dell’assuefazione alla calcolatrice). Se ci mettete poi l’analisi contenutistica dei romanzi sin qui editati dal Nostro e anche la ridda poderosa di riferimenti cultural/letterari (da Dante a Baricco, da Catullo a Borges, ma anche nella fattispecie enumero giusto qualche esempio), potete farvi un’idea più che esauriente della pasta di cui si compone l’anamnesi trasversale allestita da Capasso.

L’autore, al cospetto di cotanto ben di dio ha, peraltro, la faccia tostissima dell’umiltà analitica: niente voli pindarici della serie “adesso vi faccio vedere come sono colto & intelligente & bravo”, niente sterili accademismi, niente scivoloni sulla buccia di banana del rendiconto ombelicale. E, se vi state arrovellando sui motivi che hanno portato al titolo del saggio, sono riassunti a chiare lettere dalle parole del prof. in persona:

“Il lanciatore di coltelli sono io, siamo tutti noi. I coltelli sono i pensieri, le nostre forme d’espressione. Ci sono stati i grandi lanciatori: Raffaello, Einstein. Poi ci sono quelli come me, gli imitatori: faccio del mio meglio, provo a emozionare e qualche volta riesco a prendere una stella”.

Lapalissiano, che ne dite? Altra cosa: il libro si apre con un inedito faccia a faccia Vecchioni-Capasso in contesto napoletano: hai voglia a rintracciare scampoli di saggezza del modello sopra citato. Chiudo con un giudizio riassuntivo su questo volume, dal quale non posso/non voglio esimermi: ottimo.

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