Prove per un incendio - Shalom Auslander

Recensione di Samuela Domenella - 21-03-2012 

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Prove per un incendio - Shalom Auslander

Sono stati scritti fiumi di inchiostro sull’Olocausto: da chi gli è sopravvissuto, dai complici della tragedia, dai familiari delle vittime e dai parenti degli esecutori. Ma forse mai prima di "Prove per un incendio" di Shalom Auslander (Guanda, 2012) si era letto dei sensi di colpa di quanti, essendo ebrei, non hanno in alcun modo partecipato a quella tragedia, perché in un altro continente o semplicemente in un’altra epoca.

In questo libro, si narra la disperazione assurda di una donna che, pur essendo ebrea, non è stata coinvolta in un evento che avrebbe caratterizzato per sempre la sua esistenza. La madre del protagonista, nata e vissuta negli States, cresce il figlio nel ricordo dell’Olocausto, indicandogli zii mai esistiti nelle foto d’archivio dei campi di concentramento e dando un’identità di parente alla lampada del soggiorno. Suo malgrado, il figlio cresce con un buon equilibrio e riesce a costruirsi una famiglia. La vita della madre sembra arrivare alla fine ed il buon Kugel decide di accoglierla nella nuova casa, in cui si è trasferito da poco con la moglie ed il figlio. Le giornate trascorrono nella consueta routine, mentre l’attesa della fine sembra allungarsi, quando strani rumori rivelano la presenza di una provvidenziale ospite nella soffitta della nuova casa. L’epifania di Anne Frank destabilizzerà il precario equilibrio della famiglia: Kugel e sua moglie si consumano nella difficile gestione dell’ospite, mentre la vecchia madre si riaccende di insperata energia. Finalmente l’Olocausto viene a dare un senso a quel poco che resta della sua vita, includendola nel più importante, benché triste, episodio della Storia degli ebrei. Un piromane che da tempo si aggira nella zona, consumando nel fuoco irrisolti contrasti familiari, determinerà le sorti di questa famiglia e forse il destino stesso di Anne Frank.

Questo approccio inedito con i sacri temi legati all’Olocausto sono il segno di una raggiunta maturità: forse è passato un tempo sufficiente perché quella immane tragedia possa dirsi Storia. Il tono, sebbene dissacrante, conserva il rispetto che ogni sana ironia prevede: l’Olocausto non è mai oggetto di ilarità, ma si staglia sullo sfondo dei personaggi, per costruire una profondità che non riesce ad essere mai distante, un passato che non sa ancora considerarsi tale. Dunque, se sentite strani rumori provenire dalla soffitta, ticchettii come di macchina da scrivere, e se la vostra nuova casa trasuda cattivi odori, prima di rivolgervi a un disinfestatore o ad un esorcista, controllate che nel sottotetto non si nasconda una scrittrice da trentadue milioni di copie.

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