Professore e gentiluomo. Roberto Vecchioni in 100 pagine - Riccardo Storti

di Mario Bonanno - 02-12-2011 

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A parte i barbapapà e le sanremate che ogni tanto gli scappano, Roberto Vecchioni è un cantautore complesso, stratificato. Per niente facile condensarlo in 100 pagine come ha fatto Riccardo Storti in “Professore e gentiluomo” (Aereostella, 2011) e quanto meno è rischioso, dati i rimandi “colti” che il Nostro dissemina, da quarant’anni, disco per disco, come Pollicino i suoi sassolini sulla strada dalla casa al bosco.

La formula vincente dell’analisi di Storti si traduce in questo modo: via la fuffa superflua delle note bio-discografiche (ma davvero interessano ancora a qualcuno?), via gli andirivieni elucubranti tra le strofe delle canzoni (le canzoni non si spiegano, si (ri)assumono emotivamente, piuttosto), andare dritto al nocciolo della questione, traccia per traccia, in forza di una scrittura pregnante e variopinta, nel senso più letterale e sacrosanto dei termini che riuscite a immaginare. E poiché sul piano dell’appetibilità della forma la media saggistico-musicale si attesta sul così così, già il fatto che l’autore se la cavi benissimo con carta e penna (vabbè computer) è da assumersi come un motivo in più per avvicinarsi a questo libro; agile sì ma tutt’altro che superficiale.

Se il narcisismo intrinseco al corpus vecchioniano piuttosto che stufare vi appassiona, inducendovi a lacrime, riflessioni, afflati immedesimativi di ogni tipo e natura (confesso: parlo per esperienza personale), questo è davvero il libro che fa per voi, intriso com’è di malinconie leggere, pontifici professorali, parabole ontologiche via storia e letteratura, vis canzonatoria (e adesso che Berlusconi non c’è più?), fughe e ritorni, Dio, la Morte, qualche ermetismo, e amore a piene mani (paterno, filiale, ideale, vissuto, sofferto, anelato, immaginato).

In parole più povere e riassuntive: gli scampoli del microcosmo poetico del prof, che Storti esamina e condensa cum grano salis e in maniera mirabile. Visto che con Vecchioni ci si aggira giocoforza in zona classicità e dintorni, c’era un detto nell’antica Grecia che - se la memoria non mi tira brutti scherzi - suonava così: “mega biblion, mega kakon” (“grosso libro, grosso danno”). Nel mio piccolissimo ho sempre ritenuto questa frase il più imperituro degli epitaffi, la prova inconfutabile che in fatto di saggezza i greci la sapessero lunghissima.

Decifrare questo Vecchioni by Storti risulta un’esperienza più unica che rara: il saggio si consuma in scioltezza ma non si dimentica. Tutt’altro: dopo una prima scorsa a perdifiato (succede così con alcuni romanzi, no?), ci avrò sbirciato dentro, gustandomi il “colore” delle pagine, già un altro paio di volte. Data la mia scarsa propensione alla ri-lettura, vi giuro, non è poco.

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