Opus Pistorum di Henry Miller

di Lucia Dell’Omo - 24-12-2009 

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Nel 1941, il libraio Milton Luboviski chiese all’amico Henry Miller di scrivere una serie di racconti o veri e propri libri che avessero come argomento solo e unicamente il sesso. In quegli anni, Henry Miller non se la passava certo bene. Aveva problemi economici e questo fu un fattore rilevante nelle sua scelta. Decise di assecondare l’amico.

E nacque "Opus Pistorum", che non può essere definito forse nemmeno un libro. E’ meno di un libro e per certi versi è molto più di un libro. Perché è fantasia che trasuda. E’ inchiostro che vibra e carne che trema. Non c’è una storia, un filo narrativo. Questa è una “storia senza storia” ambientata in una Parigi trasgressiva e bohémien. Il lettore può solo seguire le avventure di Alf, il protagonista, e di una combriccola di personaggi appenna abbozzati. A parlare non sono i loro pensieri, le loro emozioni, ma i loro corpi, le loro esperienze sessuali. Orge, messe nere, scambi di coppia, incesto. Sembra che il sesso sia il solo veicolo che porti a una qualsiasi felicità o estasi. L’unica cosa che faccia sentire all’essere umano una sorta di calore e di abbandono. Qualcosa che li conduca “ fuori dal mondo “, in un momento di stretta salvifica.

Nonostante questa non-storia, però, l’intelligenza, l’acume, il cinismo e l’ironia di Alf vengono fuori e ,a lui, è affidata la capacità di osservare e di scrivere di Miller. Ed è sempre e comunque una grande capacità che si fa scudo, specie in questo caso,di una scrittura molto forte, cruda, scurrile, priva di qualsiasi eufemismo. Libro, quindi dissoluto. Depravato. Di copula. Solo copula e nient’altro. Un libro, in pratica, pornografico, ma di una pornografia sana e intelligente, perché tende fino all’inverosimile l’immaginazione del lettore e lo stuzzica. E lo rende partecipe. E lo fa godere. E lo fa gridare. Non ho mai letto nulla di più eccitante. Quando l’ho terminato ho sorriso. Poi, però, mi è venuta in mente una serie di parole. Come un piccolo verso soffocato, un verso di Ferlinghetti: “Ogni animale è triste dopo il coito“. Forse aveva ragione, ho pensato.

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