Non dimenticare, non odiare - Eugenio Occorsio

di Mario Bonanno - 02-12-2011 

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Servi dello stato li chiamavano, i giustizieri onnipotenti dell’eversione di destra e sinistra. Quindi gli sparavano: carabinieri, giornalisti, poliziotti, diversi magistrati, qualche sindacalista, l’elenco dei morti inutili nell’Italia della strategia della tensione.

Il giudice Vittorio Occorsio è stato ucciso di mattina, il 10 maggio 1976. Il suo assassino era un fascista di Ordine Nuovo, Pier Luigi Concutelli, che non risulta essersi mai pentito. L’omicidio del giudice Occorsio rimanda in maniera intrinseca alle indagini da lui condotte sulle stragi e le connivenze occulte: Sifar, Piano Solo, Piazza Fontana, Massoneria, P2, banda dei marsigliesi, servizi deviati e Ordine Nuovo, l’organizzazione della destra eversiva che decise di farsi carico dell’omicidio di un pubblico ministero scomodo, comunque inviso a molti (troppi).

Nel cuore della notte della Repubblica non era salutare soffermarsi sulle caligini del Paese. Eugenio Occorsio aveva vent’anni quando morì suo padre: fu il primo ad accorrere sul luogo dell’agguato, ma era già troppo tardi. Oggi, a distanza di sicurezza da quei fatti, pubblica per Dalai Editore “Non dimenticare, non odiare. Storia di mio padre e di tuo nonno”, un memoriale intimo e collettivo (soprattutto), in cui le pagine più cupe della storia di quegli anni, scorrono di pari passo alla vicenda umana e professionale del magistrato. Ora Concutelli - il Comandante nero, l’assassino - appare come un uomo vecchio e malato. La sua scarcerazione ha però sollevato la rabbia di Vittorio junior (nipote del giudice assassinato), ed è a lui, in primo luogo, che si rivolge Eugenio Occorsio, riannodando i fili dolorosi della memoria (non dimenticare), sforzandosi, al contempo, di dissipare sterili (pur se comprensibili) sentimenti di vendetta (non odiare).

Un modo come un altro per guardare al passato con la lucidità indispensabile per comprenderne gli errori; di metabolizzare - se possibile ove è possibile - la lunga catena di lutti, di giorni lacrime e sangue, che hanno occupato i marciapiedi, le auto, le strade, le case, dell’Italia anni Settanta. La differenza che passa tra un memoir di un ex terrorista e quello di una vittima (quasi sempre figlio/a di persona uccisa), si rintraccia tra le righe. In un caso l’asettica - persino compiaciuta, in certe circostanze - ricostruzione dei fatti; nell’altro il coinvolgimento emotivo (leggi dolore soffuso, leggi smarrimento, leggi anche sentimento malinconico di humanitas, umiliata e offesa).

Una scrittura autentica, come quella di questo libro: pudica, dignitosa, a tratti dolente, che ha molto a che vedere con la fatica, il dilemma, la necessità di andare oltre, pur senza la scorciatoia delle rimozioni di comodo.

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