Mi chiamo Rigoberta Menchù di Elisabeth Burgos

di Arianna e Selena Mannella, scrittrici - 09-03-2010 

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Rigoberta Menchù è una delle tante donne Maya che vivono in una terra che ai loro occhi è quasi un paradiso ma che per colpa di un potere senza controllo, diviene un luogo di violenza e soprusi. Tra queste pagine si troverà il racconto semplice ma dettagliato di quello che è il vivere di un piccolo villaggio del centro America. Rigoberta ci farà vedere attraverso le sue parole i villaggi costruiti con la fatica delle braccia, le capanne di semplice terra seccata al sole e strade sterrate, i numerosi chilometri da percorrere a piedi attraverso una foresta impervia e spesso pericolosa e poi, uomini e donne ammassati su furgoni insieme agli animali per raggiungere la finca, la piantagione dove si trascorrono le ore diurne chini sui raccolti, sulla terra da arare.

Le difficoltà raccontate in questo romanzo fanno parte del vivere quotidiano per il popolo Maya, un popolo che vive alla giornata con quel poco che la natura mette a disposizione e che l’uomo con il potere concede. L’elementarità del racconto è in netto contrasto con le parole che ci mettono a conoscenza di un’oggettività dissimile, il forte senso di appartenenza verso la natura, un rispetto che si manifesta parlando con il grano e con gli animali che sono allevati nei recinti vicino casa, non vi è nessun sfruttamento della terra da parte degli abitanti del villaggio ma solo il suo utilizzo allo scopo essenziale di sfamarsi. Rigoberta conoscerà la brutalità e la violenza perpetrata al suo popolo e vivendola in prima persona, conoscerà la presunta società civilizzata che troverà ogni pretesto per relegare gli indigeni a una posizione di sottomissione e servilismo; imparerà nonostante ciò dalla propria cultura i riti e le credenze indispensabili per essere un buon cittadino della comunità.

Rigoberta crederà fermamente nella propria cultura e nella sua identità Maya tanto da combattere insieme alla propria famiglia e alla propria gente quella forza militare e politica che vuole privare il popolo Maya di ogni dignità umana. Vincitrice del premio Nobel per la pace nel ‘93, Rigoberta Menchù è portavoce di una realtà difficile e di un sopruso ingiustificato e la volontà di un popolo a non soccombere.

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