Malafemmena - Lorenza Fruci

di Mario Bonanno - 26-10-2011 

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Del Principe della risata conoscevo le maschere cinematografiche, l’apparenza di guitto. A lettura ultimata di “Malafemmena. Le canzoni di Totò” (Donzelli 2009) posso dire di saperne di più sull’uomo: sui rivoli e i risvolti della sua personalità. Merito del lavoro di scavo compiuto dalla giornalista Lorenza Fruci capace di condensare, in poco più di centoventi paginette, tanto se non tutto della vita (e dell’opera, musicale nella fattispecie) di Totò, muovendo dallo spunto della sua “Malafemmena”, che lo ha consacrato, in Italia come nel mondo, anche in veste di autore di canzoni.

Di “Malafemmena” l’autrice ripercorre con slancio premesse e retroscena, con una perizia analitica pari soltanto al gusto della narrazione. Ma apprendere - aldilà della vulgata comune - che il movente femminile della canzone non fu Silvana Pampanini ma la giovanissima moglie Diana Rogliani non è, in fin dei conti, che la rivelazione “minore” di questo saggio trasversale (c’è tanto di biografico, di cinematografico, di musicale), sapido di annunci introspettivi, dai quali a trasparire è - soprattutto - l’anima vera e “nera” di Totò. Il volto dietro la faccia da clown di Antonio De Curtis, fuori dai palcoscenici e dai set cinematografici che frequentava. La sua indole duale, per esempio, sfaccettata e dialettica, in cui convivevano miseria e nobiltà, farsa e tragedia. E le tante contraddizioni, discendenti probabilmente da quell’ansia di abbandono che lo perseguitava (lui, figlio di NN), sin dall’infanzia. Soprattutto con le donne, Totò si rivelava un uomo possessivo, galante, egoista, generoso, maschilista, infedele, un po’ vendicativo, sensibile, al contempo.

Una maschera malinconica prestata alla risata più sguaiata, come dimostrano le poesie comprese nella raccolta “A livella” e i testi della settantina di canzoni che ha scritto, composto e mai interpretato, ma alle quali teneva moltissimo. Mi preme ribadire, in ultima analisi, come il primo fra i meriti di questo saggio consista nel suo approccio lato alla materia che tratta: indaga su una hit di metà anni Cinquanta - e di tutti i tempi (“Malafemmena”, per l’appunto) - ma non trascura il valore aggiunto dei “dintorni” (la cronaca, il costume, la passione, il successo, le lacrime, la solitudine) della vita di un uomo-attore, a suo modo, solo e geniale. Per di più il racconto si spande in punta di memoria, senza tentazioni agiografiche, in uno stile che alla limpidezza della scrittura giornalistica coniuga la profondità della ricerca storica.

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