Liberi di morire - Alberto Radicati di Passerano

di Sara Visentin - 23-11-2011 

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“Le cose umane sono così ordinate che nessuno è infelice se non per sua colpa. Ti piace la vita? Vivi. Non ti piace? Puoi tornare donde sei venuto”.

E’ con questa citazione di Seneca, dalle “Lettere a Lucilio”, in epigrafe che si apre “Dissertazione filosofica sulla morte – per consolare un infelice da parte di un amico della verità” di Alberto Radicati di Passerano. Un libretto pesantissimo, per il suo contenuto, ed estremamente efficace e moderno nonostante sia stato scritto nel 1732 dal suo autore, filosofo italiano esule a Londra.

Il titolo con cui lo ripubblica Indiana Editore nel 2011 è “Liberi di morire”, che centra benissimo il punto: in questo testo non si vuole fare un elogio del suicidio (peraltro in un periodo nel quale, lo dice bene la nota finale del curatore Frèdèric Ieva, esso rappresentava un problema sociale molto diffuso soprattutto in Inghilterra), ma della libertà di scelta, del fatto che darsi la morte, nel momento in cui la vita diviene un insostenibile campo di battaglia senza alcun futuro, è una scelta legittima che non sconvolgerà il mondo, perché nell’ordine delle cose “si tiene” in esso.

Il suicidio, secondo Radicati, è un diritto naturale e inalienabile dell’uomo, che di fronte a questa scelta non può essere condannato né da altri uomini, né tantomeno dalle religioni (alle quali nella parte centrale del testo lancia accuse pesanti, soprattutto in relazione alla loro arbitrarietà: ciò che è lecito per una è illecito per l’altra, e questo non può farne che costruzioni umane anziché divine).

“Un uomo stanco o sazio di vivere può morire quando lo desidera senza recare offesa alla natura, poiché morendo egli utilizza il rimedio che la natura gli ha generosamente messo nelle mani per curarsi dei mali di questa vita”

sono le parole che chiudono il libro. L’illuminista Radicati, quindi, rivendica come unico contraltare la natura, che tollera e giustifica il suicidio, anche nelle specie non umane. Tanto più che la paura della morte è di per sé stessa un elemento innaturale, una sovrastruttura culturale.

Trovo che questo volumetto sia davvero molto moderno. Il dibattito sulla liceità del suicidio come libera scelta dell’individuo ha fatto in questi 300 anni pochi passi avanti, o forse ne ha fatti pochi la questione della libera scelta dell’uomo in sé stessa: siamo ancora prigionieri di dettami religiosi e politici che si arrogano il diritto di scegliere per noi, basti pensare – come accenna velatamente nella sua ottima prefazione Giulio Giorello - al dibattito in corso da qualche anno nel nostro Paese sulle Direttive Anticipate di Trattamento, meglio note come Testamento Biologico.

Consiglio vivamente la lettura di questo testo a chi, da un punto di vista o dall’altro, sia interessato all’argomento, perché l’ho trovato davvero efficace e, salvo qualche aspetto un pochino superato (come ad esempio le pur interessanti riflessioni sulla sodomia) molto attuale. Grazie a Indiana Editore e a www.sololibri.net per l’opportunità di lettura.

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