La bastarda di Istanbul di Elif Shafak

Recensione di Angela Failla, scrittrice - 25-11-2009 

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La bastarda di Istanbul di Elif Shafak

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"La Bastarda di Istanbul" di Elif Shafak è un romanzo di rara bellezza. Coinvolgente, appassionante, avvincente. Pregevole il ritratto di Istanbul: una città magica ed incantata, in un romanzo avvincente che ti spinge a partire. La vita e l’evoluzione della protagonista si scoprono ad ogni pagina, ad ogni suono. E la cultura mediorientale, una cultura misteriosa e affascinante, fa da sfondo alla vita di Asya, la protagonista “una grande e colorata famiglia di donne alle spalle, e un vuoto al posto del padre”. Compagna del suo viaggio è la giovane Armanoush, ”americana in cerca nelle proprie radici armene in Turchia”. Le due si incontrano, si conoscono e diventano amiche. E’ l’unione e la fusione di due mondi, di due culture, di due segreti, di passati sempre presenti, di privati che riaffiorano in superficie.

L’autrice di questo bel romanzo è Elif Shafak, vincitrice nel 2006 del premio internazionale di giornalismo Maria Grazia Cutuli. La tematica maggiormente affrontata dall’autrice è la questione armena e proprio per i suoi scritti, considerati offese all’identità del suo paese, è stata processata ed assolta nel 2006. Il libro inizia con una fiaba turca che è anche una fiaba armena: “C’era una volta, o forse non c’era, quando le creature di Dio erano numerose come chicchi di grano e parlare troppo era peccato...” Questo libro non è solo un racconto, non è solo un romanzo, ma è soprattutto un’opera sulle usanze, sui detti, sui modi di fare del mondo islamico dove è netta la differenza di ruoli e compiti tra l’uomo e la donna. Tante le citazioni, l’utilizzo di vocaboli particolari come l’ashure, simbolo di continuità e stabilità; e gli articoli contenenti le regole del mondo musulmano, come ad esempio le regole di Bronzo della donna di Istanbul: “Se molestata per strada, meglio scordarsi dell’incidente non appena ripreso il cammino, poiché rimuginare tutto il giorno sull’accaduto non porterà nulla di buono”. Anche i personaggi sono tracciati bene, soprattutto la figura di Zeliha, che sembra tutto fuorchè una musulmana, che rappresenta la ribellione, il suo camminare fiera con il piercing, simbolo della libertà. “Gli ambulanti notarono con disapprovazione l’anellino luccicante che portava alla narice, chiaro indizio di mancanza di modestia, e perciò di lussuria”. Particolare è il parallelismo tra la vita delle due protagoniste che poi si incrociano a Istanbul e anche il contrasto tra la città che volge il suo sguardo a oriente e a quella che guarda ad occidente. “Non maledire ciò che viene dal cielo. Inclusa la pioggia. Non importa cosa ti preoccupi addosso, non importa quanto violento il nubifragio o la gelida grandine: non rifiutare quello che il cielo ti manda.” Elif Shafak si mostra il coraggioso simbolo di una Turchia che ha la forza di guardarsi dentro e di raccontare le proprie contraddizioni.

“L’infante piange nel sonno senza sapere perché

Un pianto soffocato ma continuo

Il suo è un desiderio impossibile da placare.

E’ così che io ti desidero”

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