La Taverna del Doge Loredan - Alberto Ongaro

di BookLover - 28-01-2012 

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“La Taverna del Doge Loredan” di Alberto Ongaro (Piemme, 2004) ha inizio a Venezia ai giorni nostri con il ritrovamento, da parte del tipografo ed editore, nonché ex capitano della marina mercantile, Schultz, di un vecchio e polveroso manoscritto su un armadio. Si tratta di un manoscritto privo di copertina, titolo e autore. Nell’attimo stesso in cui Schultz inizia a leggerlo, si trova catapultato nelle vicende del giovane gentiluomo inglese Jacob Flint. Da quel momento le storie di Schultz e di Jacob corrono parallele fino a quando Schultz e il suo collaboratore Paso Doble iniziano a percepire un nesso fra le vicende di Jacob e quelle dello stesso Schultz, comprendendo che la bella Nina potrebbe essere la stessa donna incontrata dal tipografo in un viaggio in treno da Zurigo a Milano e che è rappresentata da una statua di cera nella stanza accanto.

Il romanzo è avventuroso e a tratti libertino: avventuroso perché narra le vicende di Jacob Flint che è alla ricerca della donna amata; libertino perché è soprattutto l’attrazione fisica, una sorta di ossessione sessuale, che spinge il protagonista a cercare da Londra a Venezia, passando per Amsterdam e Zurigo, l’oggetto del suo desiderio, la bella, sensuale e spregiudicata Nina, proprietaria della Taverna che dà il nome al romanzo. Ma Jacob, pur essendo alla ricerca della donna di cui si è invaghito, non perde occasione di soddisfare i propri desideri.

Purtroppo il romanzo non è a lieto fine e forse proprio il finale, che doveva essere sorprendente, lascia delusi. Il linguaggio è scorrevole, ma l’autore ha utilizzato periodi molto lunghi che, secondo me, fanno perdere il senso di quello che sta dicendo. Si tratta di un romanzo nel romanzo in cui il lettore Schultz diventa a sua volta protagonista insieme a Jacob. Da questo punto di vista l’autore è riuscito a mixare amore, misteri e avventura.

I personaggi più interessanti, a mio avviso, non sono i protagonisti ma dei personaggi marginali. Uno è il collaboratore di Schultz, Paso Doble: è grazie ai suoi dispetti, principalmente quelli di nascondere oggetti al protagonista, che viene ritrovato il manoscritto. E’ il personaggio che dà un po’ di humor alla narrazione che a volte si rivela un po’ noiosa e prolissa.

L’altro personaggio è il padre di Schultz: è lui a realizzare per il figlio la statua di cera ed è lui a pronunciare quelle parole che più di tutto riassumono il senso di questo romanzo:

«Tutto quello che si scrive esiste da qualche parte… O contemporaneamente alla scrittura o prima o dopo… Per questo a volte si trovano dei libri nei quali ci si identifica così profondamente… La scrittura è un fatto magico o così dovrebbe essere…»

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